I Giorno
Mattino: Accoglienza
al porto. Spostamento alla terrazza panoramica della Lingua.
Aperitivo con pasticcini dell’isola.
Smistamento negli alberghi.
Ho una dannata fretta,
Lalla mi aspetta al porto. Con la Cumana delle nove, arriverà
un gruppo di trenta ospiti ( divieto assoluto di chiamarli turisti,
anche nelle statistiche della nostra Autonoma Azienda di Soggiorno,
vengono registrati come - Flussi Soggiornanti - ).
Piazza Olmo, come sempre, rigurgita vitale confusione : bambini, appena scesi dal
trenino elettrico, impazienti di precipitarsi a scuola, scampanellio
di bici, frotte di madri all’assalto dei negozi, il vigile
Panzerotto che redarguisce il fruttivendolo: - al solito, ingombra
con la sua merce la strada, oltre i limiti consentiti - .
Abilmente evito il trenino e imbocco, come una schioppettata, via Vittorio Emanuele, due
colpi di pedale e arrivo, sfrecciante, a San Giacomo.
Ma oltre la farmacia, ecco balzare contro i miei occhi, cosa inaudita, un sacchetto di
plastica, che sfarfalleggia, allegro blu, nel mezzo della strada. Lo
raccolgo al volo, a rischio di mortale caduta. Porco diavolo!
Cristallina Di Candida, assessore al decoro urbano, mi sentirà.
- Mica siamo in Svizzera, qui! Dove certe lordure ancora si
tollerano.
Il Porto rumoreggia voci, richiami, risate di gruppi in partenza, o in attesa.
La Caremar va lentamente rinculando. Ondeggia, invitante, avvicinandosi alla
banchina, impaziente di evacuare e poi rimangiarsi frotte chioccianti
di passeggeri.
Lalla, ferma davanti a
una bitta, mi fulmina con un’occhiata d’iraconda
riprovazione. Ne avesse il tempo, mi scaraventerebbe in mare,
cibo per tonnachielli.
“ Tre minuti di
ritardo. Sei sempre il solito.”
“ Il traffico. “
Mento, spudoratamente, arrossendo più di un pomodoro cinese.
“ Va bè.
Piglia il cartello! “
Quando ordina Lalla, conviene obbedir
tacendo.
Isso il cartello.
L’abbiamo fatto ampio e colorato, come una gonna scozzese.
Sopra, in svolazzanti caratteri gotico-procidani, c’è la
scritta di benvenuto:
“ Procida saluta
calorosamente il Club Ikea “
E’ il gruppo che
stiamo aspettando, una specie di Cral, dello stabilimento svedese,
della famosa multinazionale. Mi chiedo perché non abbiamo
scritto quel cartello nella loro lingua. Vero che non conosciamo, ma
per Lalla questo non è mai stato un problema, visto che
apprende qualsiasi lingua in un batter di ciglia.
Mentre i passeggeri,
ad ondate fluttuanti, si riversano fuori dal buco nero della nave,
agito freneticamente il cartello per attrarre l’attenzione dei
nostri ospiti, che presumo sicuramente mimetizzati tra i viaggiatori.
Precauzione inutile.
Emergono dalla folla, riconoscibilissimi, un gruppo compatto, tutti
in calzoncini corti, con curiosi copricapi circolari a forma di
stanza da letto arredata, sui quali brilla, dorata e intermittente,
la scritta: “IKEA”.
Sono altissimi, le
donne ancor più degli uomini, meno la loro capogruppo, al
confronto una nana, una ragazzona ridente e biondissima, che mi
supera comunque di una spanna.
“ Io Gudrun, tu?”
Si presenta, rifilandomi un’amichevole pacca sulla spalla, che
mi piega a novanta gradi.
“ Io Basilio. “
Tossicchio, schiantato.
“ Piacere
Passilio.” Mi porge una manona da carrettiere ungherese,
mentre l’altra replica, sull’altra spalla, il saluto
precedente. Se va avanti così, quando il gruppo ripartirà,
mi ritroverò piallato e dimensionato in perfetta scrivania
Ikea.
“ Lei, Lalla.“ Dico,
sperando che il pesante maglio si rimetta in moto. Ma vengo
immediatamente disilluso, perché Gudrun s’avanza come un
panzer verso Lalla, che prudentemente arretra e gli stampa sulla
guancia un croccante bacione svedese.
“ Io Gudrun! ”
“ Si lo so, tu
Gudrun, io Lalla e lui Passilio.” Dice Lalla, sogghignante.
” Bene, ora che
ci siamo presentati, che ne dite di muovere i nostri culetti
procidani e i vostri culoni svedesi.”
“ Che essere
culoni? Noi non portati.”
Gudrun è
preoccupatissima.
“ Questo nostro
bagagio! “
Indica uno zainetto che
tutti loro hanno infilato a tracolla e che a me pare piccolissimo,
potrà contenere, al massimo, la merenda.
“ Tranquilla, “
la rassicuro, “ tu portato, anche abbondante."
Vorrei dirne quattro a
Lalla. Eravamo d’accordo che ci saremmo suddivisi le noci qui
al porto, ma lei si è già incamminata, la chioma, che
favilla sul rosso, come un semaforo ticinese, attrae la truppa che
la segue compatta, neanche fosse una magica lampa.
Il corteo risulta così
composto: davanti, a fianco di Lalla, marcia la solida, rotonda
Gudrun, poi per file ordinate tutti gli altri, che fanno rimbombare
l'acciottolato come fosse scosso dai titani. Tutti i procidani si
voltano a guardarli, ammirati e incuriositi. Io chiudo la fila,
piccoletto e superfluo, issando, malinconicamente, il mio inutile
cartello.
Efficiente e
disciplinato, il plotone turistico si arrampica in pochi minuti sulla
collina, sotto il castello, fino alla terrazza della Lingua, un
affaccio, mozzafiato, sul Golfo.
Qui Lalla, con pochi,
essenziali, secchi comandi, dispone il gruppo in cerchio intorno ad
un ulivo, che si erge, tormentato e contorto, ai margini del costone.
Quindi, un balzo miracoloso, da gatta, s’inabissa tra le sue
fronde e si sistema, che pare una papessa, sopra un ramo flessuoso.
Il ramo oscilla
paurosamente sullo strapiombo, ma lei, meravigliosa leggerezza fatta
d’aria, non se ne cura.
Stanno tutti, con il
naso rapito all’insù, in spasmodica attesa che parli.
Anch’io, con ben
altre intenzioni, però. Scruto, tra le foglie e i riflessi
dorati del sole, le sue gambe, bellissime.
Lalla indica la costa,
al di là delle increspature blu del mare. Poi la sua voce,
vibratile, rovescia a cascata parole, come tante farfalle colorate.
“ Quel
promontorio a forma di piramide, sopra il quale spicca il faro, si
chiama Capo Miseno. Enea, l’eroe, fuggiva da Troia, come ci
racconta Virgilio nell’Eneide. Arrivato a Capo Miseno, chiese
di scendere nel regno dei morti, che gli antichi collocavano nelle
viscere dei Campi Flegrei, alle spalle del Miseno. “
Gudrun traduce,
pomposa, la pomposa storia di Lalla.
Si dà un sacco
di arie quando racconta queste fanfaluche. Le conosco anch’io
queste storie e potrei aggiungere che il cosidetto regno dei morti
si estendeva fino a Procida. Ma non dico nulla, perché questa
melassa storico-mitologica mi annoia mortalmente.
Piuttosto al ragazzone,
che mi sta vicino, mostro i palazzi del Monte di Procida, al di là
del Canale, in equilibrio precario sopra la roccia scura.
“ Monte di
Procida. “ Dico indicandoli e scandendo le sillabe.
“ Ja, Ja,
Proscita! “ Lo svezzosone, un imponente pino alpino, scuote
entusiasta il testone.
“ No Proscita!
Monte di Pro-ci-da! “ Mi spazientisco.
“Ja, Proc-ci-ta
-r. “ ribadisce sognante il pino, fiorente virgulto di Svezia,
arrotando il nome dell’isola, con particolare soddisfazione,
come lo inzuppasse nelle onde marine.
Lalla, che intanto ha
calato Enea nelle tenebre dell’Ade, nota le mie manovre
diversive e abbandonato l’eroe, là sotto a metà
strada, mi bacchetta rudemente.
“ Passilio, non
distrarre gli ospiti dalla Spiegazione!”
La Spiegazione è
qualcosa di più di una semplice narrazione. E’ il
racconto biblico-turistico, su questi luoghi, messo a punto nei
secoli dalla genialità sintetica di peregrinanti guide
verbose. La Spiegazione è sacra, non va mai interrotta,
disturbata o contraddetta.
Gudrun traduce e
scandisce più volte -Passiglio e Spiegazione-, con
un'accentuazione particolarmente severa, che strappa, all’intero
gruppo, un mormorio di scandalizzata disapprovazione.
Umiliato e sconfitto,
mi ritiro sotto l’immensa tavola carica di leccornie procidane
destinate alla rieducazione del gusto nordico-barbarico, mentre
Lalla riprende la
solenne Spiegazione.
Enea, ripreso il
viaggio, finalmente giunge nel fondo degli inferi dove riceve, per
l’ennesima volta, dal padre Anchise, la comunicazione
ufficiale: - Nascerà dai tuoi discendenti la grande Roma! -.
Per me la profezia allude alla squadra di calcio, comunque eccoli qui i romani,
padroni dell’universo, addestrarsi alla pugna davanti alla
spiaggia di Miliscola, mentre poco lontano, sepolta dentro una grotta
di Cuma, una certa Sibilla sobilla e predice eventi funesti
a queste acque.
Apre la serie delle
disgrazie quel gran paraculo di Nerone, che ammazza Agrippina, madre
eccessivamente invadente, nelle acque di Bacoli. Segue il Vesuvio,
che vomita cenere incazzato e Pompei ne va per mezzo. A Baia la
terra fa la sua parte, sprofondando in mare le ville di alcuni ricchi
rottinculo. Poi ci si mettono saraceni, normanni, angioini,
aragonesi, a saccheggiare isole e coste. Nei pressi di Pozzuoli, un
altro vulcano cazzuto fa fuori un villaggio, mentre il
Barbarossa e i suoi pirati specializzati, depredano i procidani
tutte le estati. In seguito, saranno i borboni ad appenderli ai
lampioni.
Questa grosso modo la
Spiegazione, che magari ho riassunta troppo sinteticamente, ma
finalmente, forse perché più nulla d’interessante,
esaurite tragedie e catastrofi, le rimane da raccontare, anche Lalla
trilla:
“ Ora gustiamoci
i dolcetti dell’isola! “
Vola giù
dall’ulivo divenuto ancora più tormentato e contorto, probabilmente
per l'ammasso di orripilanti disgrazie piovute dalle sue fronde.
“ Senti! “
Gli dico, la bocca ancora piena di pasticcini aromatizzati gustati
durante l’esplicazione della mortifera Spiegazione.
“ Firmiamo la
tregua e procediamo nel programma che prevede la divisione delle
animelle turistiche. Non dobbiamo smarrirci in beghe da cortile e
farci dispetti; non è professionale, non siamo guide di primo pelo, ma professionisti abli ed esperti.”
Lalla mi punta diritte
al cuore due pupille trepidanti sferica innocenza:
“ Naturlich! “
esclama, ben consapevole che le paroline estere m’imbestialiscono.
“ Venti a me,
dieci a te! ”
“ S’è
sempre fatto a metà. Perché ora a te il doppio? “ Protesto, immancabilmente imbestialito.
“ Ragiona! Smussa
gli angoli della tua capoccetta triangolare. Che sfizio avranno dal
tuo giardino, legati, come sono, ancora al loro verde? Meglio per
loro una bella scorpacciata – vistamare -.
Poi satollo di luce e
di acqua l’occhio, lo rinfrescheranno tra le fresche frasche
del tuo giardino. “
Questa argomentazione
di Lalla smussa la mia irritazione e quasi mi convince.
“ Giusto! Ma
allora acchiappali tutti quanti te, poi li passi a me. “
“ Testolina, nel
comprendonio rateizzato, ti sei scordato che i nostri alberghi non
possiedono più di dieci stanze doppie? "
Ha ragione, Lalla ha
sempre ragione.
Questo, che non abbiamo
i grandi hotelloni, come quei puzzoni di Capri e di Ischia, è
un problema serio, che limita parecchio la nostra produzione. Per
Sacripante! Accontentiamoci del poco, ma buono. Noi lavoriamo di
qualità e questo, da chi di dovere, ci viene riconosciuto.
I vichinghi appaiono
ora satolli di miele, dolciumi e liquori. Alcuni s’appoggiano
al legno palizzo e spinti i gran nasi in avanti li piegano al basso,
come volessero, tramite quelli, succhiarsi tutto il profumo del
mare. Altri pigiano le voci per cavarne un inizio di coro, fluviale
e malinconico, che se si dispiegasse porterebbe a singhiozzare anche
le onde.
Io e Lalla ci
guardiamo, finalmente d’accordo. Non possiamo permettere che
s'insinui, dissolutiva, l’anarchia. Sappiamo per esperienza che
il gregge turistico si disperderebbe e condurre un’escursione
ordinata e proficua diverrebbe impossibile.
Riconduciamo il gruppo
ad un'accettabile disciplina, battendo, seccamente, le mani. Poi
ordiniamo loro di formare le coppie, dieci da una parte e cinque
dall’altra.
Il gigantesco
ragazzotto, che volevo istruire sui luoghi del Golfo, confabula con
Gudrun, piegato su di lei come un imponente ciliegio sopra un
flessuoso cespuglio rosato. La ragazza, compiaciuta, ride
vistosamente. Quei due non me la contano giusta.
Sempre ridendo, Gudrun
bisbiglia alle altre ikeane suoni grottescamente gutturali, che le
scuotono, come pannocchie di granturco eccite dal vento.
“ Per Sacripante,
" dico, scandalizzato, a Lalla " questi vogliono mescolarsi
nel libero amore.“
“ E a te che ti
frega! ” mi risponde lei, guardandomi, con sprezzante
compatimento padano, “ La vacanza è anche piacere. Se
stanno più contenti, meglio per noi. “
Alla vacanza come
piacere non ci avevo pensato. Devo ammetterlo, Lalla è pure
filosofa.
Mi piglio le mie cinque
coppie: Hieronymus e Beata, Benjamin e Margit, Nora e Gabriel,
Caramba e Lisabet, Gunnar, il corteggiatore di Gudrun e quest'ultima,
che deve, obbligatoriamente, rimanere con me, perché tanto
Lalla ha già appreso lo svedese.
Si sono sedute lei e
Gudrun, a cicalare sotto il pergolato di bukanville e respirando
parole frammiste ad effluvi violacei, Lalla s'è appropriata di
tutta questa nordica, barbara lingua. Pochi minuti le sono
sufficienti per afferrare qualsiasi lingua, (unica eccezione, - le ci
volle più di un'ora -, fu il Bergamasco).
Io nella linguistica
sono più duro e prima dei tre giorni non riesco a
rimaneggiarla, ovvio che lei ne approfitti, insultandomi.
- Caprone scornato! -, mi definisce spesso, senza che io me la prenda, perché
sono sempre stato portato più per le materie tecniche.
Le sue coppie, Lalla,
le incolonna con proverbiale efficienza padana. Innanzitutto le
obbliga, - braccia tese e dita sulle spalle della coppia
che precede -, a precise, regolari distanze.
Cavata, non so da dove,
una bacchetta di flessibile, sibilante bambù, assesta, ai
fianchi e ai gomiti, colpi secchi e precisi. In un batter d’occhio
si forma una colonna più squadrata d’un plotoncino di
panetti di burro olandesi.
Con occhi lampeggianti,
precisa il suo pensiero turistico-filosofico:
“ La vacanza è
si un piacere, ma un piacere disciplinato. Impara caprone! "
Poi, raccolta a
crocchia la sinuosa onda dei capelli biondorossi, infila il casco, un
casco luministico, con tante tacche residue dei gloriosi tempi
motoristici e ordina l'Avanti March, ponendosi alla testa del plotone
e intonando il canto del giocoso turista, da lei composto
parafrasando l’inno dei marines:
Siamo qui per il piacer
Siamo qui per il goder
A noi ci piace divertir
A noi ci piace di gioir
Siam soldati del piacer
Siam soldati del goder
il piacere consumiam
e paura non abbiam.
e per questo combattiam
Non ci scappa il goder
Non ci sfugge il piacer
Noi si pippa il gioir
siam turisti dell'avvenir
E per questo combattiam
Come imparino tutti
quanti, alla svelta, l’inno della felicità turistica, è
per me un mistero, forse c’entra qualcosa la sua abilità
con la bacchetta di bambù. Spariscono giù per il
vicolo, in direzione della Casa sul Mare, l’alberghetto di
Lalla, mentre l’eco dell’inno guerresco, muore tra le
bianche terrazze di Procida.
Nel gruppetto rimasto
scoppietta un'allegrezza impropria. Parlottano e scherzano tra di
loro, il canto marziale li ha tutti eccitati e intuisco che fremono
per lanciarsi, giù per i vicoli di Procida, alle spalle dei
compagni, urlando e cantando, come loro, a squarciagola.
" Noi più
lontano, trasporto non con piedi.. non fatica… noi andare
sopra mezzo meccanico.. " Spiego loro e
Gudrun, non so come, riesce a tradurre la mia koinè
estero-turistica.
Comunque la traduzione
funziona perché li vedo seguirmi, impazienti ed entusiasti,
fino all'angolo del giardino-terrazza, dove spalanco il portoncino
di un capanno, seminascosto dal fogliame.
Fluisce di botto un
fiotto di luce abbagliante, che investe e stordisce i vichinghi.
“ Voilà !
“ Esclamo trionfante, mentre indico la fonte di quella luce,
con la soddisfazione del prestigiatore che ha appena cavato dal
cilindro, annodato ai fazzoletti, lo stupefatto coniglio.
Ma la meraviglia
degli spettatori vira in evidente delusione non appena mettono a
fuoco, che quell'abbaglio solare proviene da una ordinaria schiera
di biciclette, allineate contro la parete del capanno.
Gudrun chiarisce le
ragioni di questo repentino sbalzo d'umore: i suoi compagni e le loro
pulzelle, s'erano immaginati uno spostamento rombante, sopra
sfreccianti motociclette da cross.
M’indigno e
sbuffo, come un battello a vapore del Mississipi.
Non lo sanno che a
Procida si va solo a piedi o in bicicletta, che andassero a Capri se
vogliono le moto, là ci stanno piste con le montagne russe che
decollano dai Faraglioni per poi tuffarli in mare, da dove li
ripescano con reti speciali da tonno. Oppure a Ischia, dove li
sparano giù dalla cima del' Epomeo dritti sul fungo, roccioso,
di Lacco Ameno.
Gudrun prova a
calmarmi. Mi spiega che la bici, dalle loro parti, non la usa più
nessuno, perciò mancano di allenamento, fisico e mentale.
Sbalordisco!
" Come? Non si usa
più la bici? Neppure per andare nei boschi a cercar funghi? "
" I boschi, "
mi racconta, rossendo vergognosa, " sono stati rifatti. Hanno
bucato le piante per farci i garage. "
Sto per vomitargli
addosso, ma mi accorgo del suo disagio e perciò decido di
soprassedere. Dopotutto, nei confronti dei turisti, è buona
politica non criticare troppo le pessime abitudini delle loro terre
d’origine, tanto più che sono venuti a Procida a
rieducarsi.
Tanto vale cominciare,
subito, il programma, così ordino che ognuno di loro si scelga
una bici.
La situazione si
rivela, in effetti, molto più seria e grave di quanto
pensassi. Questa semplice operazione, lungi dallo svolgersi secondo
geometriche, normali, logiche spaziali, si risolve in uno scompiglio
incredibile. Nel volgersi di pochi secondi, incastrano una bici
nell'altra dando luogo ad una mostruosa scultura metallica, in cima
alla quale ruota, veloce e silenzioso, un manubrio, chissà
come reso indipendente dal resto.
Finalmente riusciamo a
partire.
Una coda lucente, che
sbanda paurosamente, zigzagando a serpentina, percorre lentamente il
bel viale, fiancheggiato dal glicine, che precede la discesa di San
Rocco. Ma si rompe quasi subito, perché uno dei vichinghi,
dopo ripetuta sfida all'ostinazione del muro, finisce a terra.
" Ascolta! "
lo istruisco paziente, con l’aiuto di Gudrun, che mi ricorda il
suo nome, per la verità un nome parecchio curioso, per un
nome vichingo.
" Devi pensare
alla bici come al futuro. Puoi starci sopra solo se la proietti in
avanti, senza fissare il terreno, dimenticando la gravità e
il tuo peso. E' così che il tuo corpo e il tuo spirito si
troveranno in sintonia, raggiungendo un perfetto equilibrio, a prova
di terremoto. "
" De acuerdo,
Senor. " mi risponde lui.
" Come hai detto
che si chiama? " chiedo a Gudrun.
" Caramba."
" Sicura che è
svedese? "
"
Sicurissima! "
Sarà! Il dubbio
mi rimane, anche perché sulla testa di questo strambo vichingo
trionfa, in luogo del copricapo d'ordinanza stanza da letto, un
sombrero, talmente ampio, da ospitare, comoda, una famiglia di
gabbiani. Per di più, in un angolo, la scritta Ikea vi
oscilla a forma di amaca ben tesata.
Ripartiamo in fila
indiana, per modo di dire, perché un serpente biciclato,
stridente e scalciante, rischia ad ogni istante l'impatto brutale
contro i malcapitati passanti. Per fortuna, la gente si scansa
prontamente, sa che questi sono sprovveduti, che vengono da fuori e
non sanno le bici.
Poi ci cattura la
discesa di San Rocco. In vertigine di tromba d'aria, rimbalzanti tra
la via e il marciapiede, ci scaglia giù per i lastroni
irregolari, dentro il budello ormeggiato in alto, tra i vefi dei
severi casati, così superiamo d'un balzo piazza di Callìa
e arriviamo, come frecce scoccate da balestre potenti, superando le
mura dei suoni, al palazzo del Mamozio.
Dove, svoltando mi
accorgo, che mancano il sombrero e il suo proprietario.
Non indugio oltre,
abbandonati gli altri al loro pedalante destino, torno indietro, il
più veloce possibile.
Lo ritrovo alla
Coricella. Per fortuna non è caduto in mare, ma giace
stordito, anche se intatto, in cima ad una collina compatta di reti
da pesca. Accanto, la bici, anch'essa impigliata nelle reti, ancora
vibra, come vela d’argento.
“Mucios Gracias!”
esclama, risistemandosi il sombrero, colmo di granchi, recuperatogli
dai pescatori.
Sarò negato per
le lingue, ma per me questo qui non è svedese.
Ritroviamo il gruppo
alla Marina. Indeciso sulla direzione da prendere, gira
ossessivamente attorno alla chiesa, come catturato da un'attrazione
fatale.
Riprendo il comando. Li
strappo da quell'angusto cerchiato orizzonte e li guido all'ampia,
lunghissima, spiaggia delle Grotte, dove li sento sospirare,
sollevati e contenti. I poveretti si credono vicini alla meta, perché
mi hanno visto posare il piede a terra.
“ Bici in spalla!
“ ordino e sollevata la mia bici comincio a correre agilmente
sulla spiaggia. Dopo un attimo di drammatica incertezza accennano a
seguirmi, ma quasi subito si scompongono a chiazze irregolari e
disperate, che sotto la calura di giugno, spumeggiano sudori
fontanella. Trascinando le bici, tra i corpi rilassati e freschi dei
bagnanti, m'ingiuriano nello slang delle foche incazzate, di cui
Gudrun mi risparmia la traduzione.
Solo Caramba mi
benedice in una lingua a me più comprensibile:
“Maldito, usted
es un cancer del culo! “.
Li aspetto all'inizio
della scalinata che immette in via del Faro. E' stretta e ripidissima
e sono obbligati ad arrampicarvisi con la bici in spalla. Guadagnata
la via, anche se li scorgo sfiniti e distrutti, non demordo, ne mi
lascio impietosire:
“Bici a terra!
Culi in Sella! Via pedalare! “ Strepito come un ossesso, è
la parte che mi piace di più.
Così imparano!
Altro che bucare le piante per farci i garage.
Ora percorriamo una
viuzza strettissima, a strapiombo sul mare, priva ai lati di
protezione. Caramba l'ho legato alla canna della sua bici e l'altro
capo, della corda, alla mia sella. Non voglio rischiare che mi voli
in mare. Qui le correnti, molto forti, lo trascinerebbero fino a
Cuma.
Risaliamo, tra i
giardini e i vigneti del Cottimo, la collina più alta, dove
ci aspetta Francesco, contadino bislacco, con i bicchieri colmi di
vino. Il suo, è un vinello ammaliante, che rende la fatica e
la testa più ariose e leggere.
Lalla mi ha obbligato
ad introdurre questo momento ludico. Non potendo sottrarmi, il capo è
lei, ho posto una condizione: i bicchieri vanno afferati e svuotati al volo,
senza posar piede a terra.
Non è un'impresa impossibile e infatti anche questa volta la conducono a termine tutti quanti.
Anche Caramba, che furbetto s'è fatto riempire il sombrero. Gunnar e Gudrun sono i più svelti:
in un lampo svuotano tre bicchieri a testa, sotto lo sguardo ammirato di Francesco.
Dopo tutti mi superano
e cantando, schizzano giù per la discesa, disegnando
traiettorie cubiste.
Caramba, tuffata la faccia nel sombrero, la solleva gocciolante freschezza avvinata e mi
sorpassa ridendo un riso beato. Ha i piedi allungati sul manubrio
e la sua bici sobbalza, cavalla bizzarra. Scompare al di là
della curva lasciandosi alle spalle le note ad inciampo di un'allegra
canzone:
“Vamos a la Plaja
oh oh, vamos alla plaja oh, oh.. "
Ancora si ode, squillante, il suo: " Mucios Gracias Senor “,
quando un tremendo fragore di ferraglia aggredisce il cielo e un'altra torre,
fatta da un groviglio di ruote, di gambe e di facce, sorge istantanea
a rivaleggiare con la Torre del Pozzovecchio.
Gunnar e Gudrun,
sotto a tutti, abbracciati, fanno da base, e non paiono per nulla ansiosi di
districarsi. In cima Caramba, la testa infilata tra i raggi di una ruota, risplendenti
come una santa aureola, ha un'espressione di totale, rapita beatitudine.
Il proprietario della
Torre, un giudice, mi fa notare alcune abrasioni dell’intonaco
e un reperto archeologico, un manubrio da bici, emerso dal muro.
“ I danni sono
gravi. “ dice con accento grave, “ Però c’è
prescritto l’indulto e posso farle lo sconto.”
Gli consegno il nostro
biglietto.
" Ma qui sta
scritto: - Carcere di Procida - ."
" E' la sede della
nostra Organizzazione."
" Credevo fosse
chiuso."
" L'abbiamo noi,
in consegna provvisoria. Sa, per valorizzare il turismo."
Arriviamo senza più
incidenti alla Casa Giovanni da Procida, il mio piccolo albergo.
Assegno le camere e poi
vorrei riposare. Anche se appena le quattro del pomeriggio, sono
sfinito. Però Gunnar e Gudrun, ancora su di giri, vorrebbero
andare a ballare.
Allora, per levarmeli
di torno mostro loro, il tip tap procidano.
Si può ballare
ovunque, bastano un tavola in legno, in giardino ce n'è una
robusta e due polipi sotto i piedi. Così abbandono i due
ballerini alle loro evoluzioni e finalmente mi abbraccia il dolce
Morfeo.
Più tardi, un
vago ronzio, che si rivela come l'eco di un malinconico canto, mi
obbliga a riemergere alla coscienza. Vado alla finestra e scorgo,
sopra la cupola di San Antonio, in piedi sotto la luna, Caramba (
come ci sia arrivato lui solo lo sa ).
Con il sombrero alto, rivolto alla luna, canta,
malinconico:
" Adiós a mi corazón, por qué
no puede el alma... "
Lisabet, l'ascolta,
raccolta adorante ai suoi piedi.
II Giorno
Mattino: Colazione.
Visita e saluto al consiglio comunale di Procida. Pranzo.
Pomeriggio:Visita all’Abbazia. Cena. Serata libera.
Il sonno come sempre mi
ha rigenerato. In realtà, per me e anche per Lalla, non si può
parlare di vero e proprio sonno, è uno stato di tranquilla
incoscienza, nel quale ci crogioliamo, come le piante quando si
abbandonano, dopo un'arida giornata, alla consolazione della pioggia.
(La coscienza è in noi servitù di fuoco vitale,
che solo nel riposo fluisce libera come l'acqua).
Sono le cinque del
mattino e ancora un po' galleggio, godendo, nella visione di quel che
viene accadendo, in quest'ora da panettiere friulano, alla Casa sul
Mare.
Il trombettiere
(assunto da Lalla) ha dato la sveglia dal campanile delle Grazie
alle cinque e mezza con tre squilli sofferti e prolungati, più
appropriati al risveglio dei morti, nel giorno del Giudizio, che ad
un'escursione turistica.
Lalla, pronta dalle
quattro, trascorsi scarsi dieci minuti, marcia sulle stanze, dove
entra, come una specie di Erinni, stravolta.
“ Giù
dalle brande!!! “ Urla, strappando ai poveretti le coperte.
Poi li ribalta dai materassi e spalanca le finestre. Concede solo
pochi minuti alle cure corporali, prima di raggrupparli sulla
terrazza, semivestiti e balbettanti, neanche fosse Caron dimonio
pronto a traghettarli attraverso lo Stige fumante.
E nuovamente comincia
un'altra sacra spiegazione di cui, ovviamente, nessuno, a quell’ora,
sente il bisogno.
“ Osservate, con
attenzione, il divenire del Bello, ora che siete ancora nel tempo.
Quello è il Vesuvio e quell’ombra laggiù
sull’orizzonte, tutta torta, a forma di capro puzzone, è
l'isola di Capri ..”
L’affaccio sul
mare della Coricella è magnifico nella notte, che piano
schiarisce la macchia dell’alba che dal cielo vesuviano spiove
e si allunga, guizzando rosata, fino al mare sottostante,
prigioniero del piccolo porto.
Chissà se
l’ascoltano. Non fa freddo, ma una brezza fresca stuzzica gli
stomaci vuoti, però guai per chi osasse dimandare la
colazione, verrebbe punito e obbligato al digiuno fino al termine
dell'escursione.
Io non sono così
feroce e uso ridestare i miei ospiti con metodi assai più
comprensivi e gentili.
Passo di stanza in
stanza, con un cellulare che incorpora sibili, fragori e rombi delle
peggiori tempeste degli ultimi anni.
I pargoletti dormienti,
all'udire quei terrificanti frastuoni, respirano affannati, annaspano
nel vuoto stringendosi ai cuscini quasi fossero divenuti tavole
salvifiche. So, che si stanno contemplando nel mezzo di un naufragio,
preda di onde feroci e implacabili.
Finalmente aprono
occhioni terrorizzati e balbettano frasi incomprensibili.
“ Buon giorno.
Dormito bene? “ Mi presento con il mio più bel sorriso
bianco sorridente. Anche se mi manca qualche dente e negli spazi
vuoti s'insinuano scorci di nero, inquietante.
" Sono le sei.
Colazione alle sette. Mi raccomando puntuali. “
I naufraghi schizzano fuori dal letto, come fosse divenuto una trappola
mortale, senza alcun desiderio di ritornarvi.
Serviamo una colazione
procidana doc: una oscura miscela di limone, fichi d’india e
carciofi triturati nel latte, di caffè solo un goccio.
Anche questa è
una invenzione di Lalla. Sostiene che il limone e il carciofo,
aiutati dal fico d’india, stringono, mentre il latte slarga,
così i corpi ricevono un armonico equilibrio e durante
l’escursione non ci toccano soste forzate, dovute a bisogni
impellenti.
Tutti annusano
entusiasti il misterioso preparato, ma lo ingurgita solo Caramba, che
poi si allontana di corsa, il sombrero pressato alla pancia.
Con Lalla
l’appuntamento è alle 7,45 davanti al Municipio e non
voglio ritardare neppure il minuto, altrimenti me lo rinfaccia per
tutto il giorno. Perciò spingo il gregge nel mezzo della ressa
pedonale, badando di non perderne nessuno. Solo Gudrun e Pedro
camminano appaiati mano nella mano, quei due si sono proprio presi,
non mirano alla strada, ma alla pozza degli occhi loro.
Incespicando ad ogni passo, finiscono col travolgere un vecchietto,
che li bastona, senza che loro neppure se ne accorgano. Gli altri,
intanto, attratti da un paradisiaco, irresistibile, olezzo
affluiscono in massa nella premiata pasticceria Mazziotti. Per
riportarli sulla retta via sono obbligato ad acquistare a malincuore
(so già che Lalla troverà il modo per addebitarmele) le
"lingue procidane", prelibatezze locali.
Con quel sacchetto, che
profuma e promette dolcezze, alto e visibile, traggo a me, come il
magico pifferaio di Harlem, gli ammaliati nasi vichinghi.
A San Giacomo ci
raggiunge un corteo di cani guidato da Artemisio, un bassotto nero e
furbastro, che conosco da una vita.
" Dacci quei
dolci.! Mi baccaglia in allegretto, seguito dal coro, replicante con
brio, dei suoi.
" E perché
mai? " M'indispettisco.
" Stai lontano,
altrimenti ti scalcio sui denti! " Intimo ad Artemisio, che si è
fatto proprio sotto e per quanto bassotto, pare sul punto di spiccare
un salto per afferrare il sacchetto.
" Stai sincero. "
replica il bassotto, trotterellando tranquillo al mio fianco. "
So che ti tenta di lasciare a loro, di queste squisitezze, solo il
profumo sui nasi."
Indica i miei
escursionisti, che mi seguono dappresso, a passo svelto, gli occhi
lascivi, golosi, ma non di paesaggio.
In effetti quel
bassotto mefistofelico mi conosce fin troppo bene. Il comune ormai
non è distante e il mio braccio, forse per stanchezza,
s'abbassa di quel tanto che consente ad Artemisio di fare la sua
bella figura da predone opportunista. Un saltello e il sacchetto
s'invola, con tutta la banda baccagliante, in direzione di Callìa,
dove al solito avviene la zuffa spartitoria.
I vichinghi, neppure
hanno la forza di inveire contro la banda predatoria e si rilassano,
rassegnati e delusi. Perciò arriviamo al comune, puntuali, ma
in sparpaglio di gregge, sotto gli occhi commiseranti di Lalla che
ha già schierati i suoi, davanti all’ingresso,
sull'attenti militaresco.
" Sbrigati! "
Mi ordina, sgarbata e aspra, tanto per cambiare.
" Mettili in
seconda fila. Le autorità stanno per arrivare, vediamo di non
fare la solita figura, per colpa tua, di un'armata - pezzatulla - di
sciancati."
Le bande impiegatizie,
intanto, arrivano a folate, in bici, moltissimi anche a piedi.
Entrano, nel grande edificio municipale, saltellanti, allegri ed
energici, come atleti, che riscaldano le membra prima di compiere
epica impresa sportiva.
Le ampie vetrate,
imperiali, del severo edificio, che annettono pezzi di mare e di
cielo alle mura pittate di rosa e d’azzurro, risvegliano, nei
nostri vichinghi, tenace ammirazione.
Alle otto meno cinque,
si presenta la giunta, al gran completo.
Alle spalle di un
vigile, in grande uniforme, che porta lo stendardo del comune di
Procida, marcia il sindaco, fasciato tricolore, altissimo, solenne e
ritto, come un tribuno che si prepara a dialogare, paterno e severo,
con il suo popolo. Lo segue il vicesindaco, più piccolo e
rotondo, che trotterella, portando con sé, s'intuisce, il
carco pesante di una grande sapienza giuridica. Poi tutti gli altri,
in religioso corteo, consiglieri di maggioranza e di opposizione.
Spiccano, tra i raggi del sole, le belle facce, probe e rigorose, che
paiono ritagliate da un quadro, dal sapore antico, raffigurante il
senato romano.
Prima di entrare il
sindaco, levata la mano benedicente, saluta i commossi visitatori
delle desolate plaghe del Nord.
Alle otto e
zerosecondi, mentre una campanella, sbatacchiando allegra, scandisce
il segnale d'inizio lavoro, varchiamo, finalmente, la sacra soglia
del santuario procidano del pubblico bene.
Un vigile,
gentilissimo, ritira all’ingresso tutti i copricapi.
Saliamo scale più
ampie e più alte della stazione Centrale di Milano. Davanti,
naturalmente, c’è Lalla, io chiudo il gruppo, preceduto
da Caramba e Lisabet.
Caramba, le labbra
posate a farfalla sul' orecchio perlaceo di Lisabet, gli mormora
assillante:
“ Mi amor, mi
dulce corazon, usted es el pastel de mi vida.“
Gli intimo di tacere.
Non sente, laborioso,
il silenzio traboccare dall’edificio comunale, le voci in forma
di sussurri discreti, il ronzio dei computer e delle stampanti
sciamare, musicale, per i corridoi, evocando la religiosa regola da
noi imposta all'isola: “ Not orat, but laborat “.
Gli ospiti sono ammirati
da tanta, incredibile, efficienza. Gudrun sussurra a Lalla che dalle
loro parti, in Municipio, alle undici ancora vagano, dispersi tra i
corridoi, alla ricerca di ciance nelle quali inzuppare il caffè.
“ Poveretti voi,
ma come fate? “ si stupisce Lalla, fintamente scandalizzata.
La sala consigliare è
ampia e accogliente, la giunta e i consiglieri li attendono seduti
attorno ad una brillante tavola semirotonda.
“ Come cavalieri
di re Artù. ” Mormora, sgomenta, Gudrun e neanche le
avesse letto il pensiero, il Sindaco si alza:
“ Signori,
rendiamo omaggio alla bellezza delle gentili signore, nostre ospiti
graditissime e alla stupidaggine, certamente involontaria, dei loro
accompagnatori.”
Tutti i consiglieri
s’inchinano, cerimoniosi. Quindi, non so da dove, estraggono,
con gesti eleganti, corone intrecciate di aranci e limoni, che
infilano al collo delle deliziate, stupefatte, vichinghe.
“ Come nelle
isole boreali. “ commenta Gudrun, estasiata.
Il volto di Lalla, per
un attimo, illumina perlacea soddisfazione. Per forza, è
un'accoglienza da lei studiata fin nei minimi particolari.
Un battibecco tra un
consigliere e Caramba, il quale vorrebbe lui incoronare Lisabet, è
subito sedato da Lalla. Basta un'occhiata severa e Caramba
s'acquieta.
Poi tutti siedono. Gli
ospiti sprofondano in comode, gioconde, poltroncine, schierate
davanti allo straordinario consesso, al di là del quale, la
gigantesca vetrata sperpera la visione del mare stupendo, anch’esso
sdraiato, in comoda attesa, contro la roccia bruna del Monte di
Procida.
Solo il sindaco torna a
svettare fieramente, quasi pino svedese, mentre Gudrun si pone al suo
fianco per tradurne il discorso. Gli arriva alla cintola e lo guarda
all’insù, come guardasse la luce, quando monta ad
Oriente.
Gunnar si torce le
mani, geloso di quel bel fiore, latino, abbrunato.
“ Gentili,
Cortesi, Amabilissimi Ospiti, voglio innanzitutto porgervi a nome
dei miei concittadini e di tutto il Consiglio Comunale qui presente
al completo, un sentitissimo saluto di benvenuto. “
S'inchina, imitato dai
consiglieri, che di nuovo si alzano e di nuovo, cerimoniosi,
s'inchinano. Quindi tornano a risedersi.
“ Siamo felici di
accogliervi in questo nostro giardino di beatitudine, dono del cielo,
" Lalla lo fulmina con un'occhiata, più rapida di un
pungiglione di vespa, che solo io e il sindaco possiamo cogliere, "
ma... soprattutto dono della terra, chiamato Procida. Ci auguriamo
diventi per voi, figli delle aride steppe del Nord, visione di
stupefacente, anche se transitoria, consolazione.
Con grande favore,
abbiamo accettata la vostra richiesta di assistere ad una seduta del
nostro Consiglio Comunale, perché ben conosciamo le difficoltà
dell'apprendimento di un corretto esercizio delle facoltà
democratiche.
Anni fa eravamo nelle
vostre degradate condizioni e guardavamo ai Nord, per sciacquarci
negli esempi di una vita civica virtuosa. Poi qualcuno ci ha
costretti .." Un altro battito di palpebre, minaccioso,
impastoia l'oratoria del sindaco.
" Volevo dire...
qualcosa ci ha costretti... per esempio i cambiamenti climatici, a
comportamenti diversi ed ora eccoci qui, modesti, ma mirabili modelli
di democratica, ecologica, scienza, che tutto il mondo ci invidia,
corre ad ammirare e a copiare. “
Gudrun traduce con
grida asperrime, che comunicano, all'affluente discorsività
della massima autorità procidana, la risonanza d’un
antico rito misterico, calato dalle foreste del nord a bagnarsi nel
blu, dipinto di blu, del mare nostrum.
Il sindaco conclude il
suo breve, ma caloroso, saluto illustrando la problematica che verrà
discussa dal gran consiglio: Il Piano Colori. Si tratta di definire i
colori più confacenti al paesaggio urbano e naturale
dell'isola.
Ma il capo
dell'opposizione, Marina Fumantina, chiede la parola.
E' una bella signora,
morbida e arcuata, di facili polemiche, ma quasi sempre giustificate.
La Fumantina deplora la
grave violazione, da parte del Sindaco e della maggioranza,
dell'articolo 59 del regolamento comunale, il quale obbliga ad
accogliere gli ospiti con la Banda Musicale dell’isola.
Fortuna che c’è,
costruttiva, l’opposizione.
Ad un suo cenno, i
consiglieri dell’opposizione si alzano e arretrano.
Da sotto la tavola
sbucano in processione i musici, armati dei loro strumenti:
grancasse, tamburi, trombe, tromboni, pifferi e flauti. Girano
intorno alla sala eseguendo un inno del Nord, struggente e
famosissimo: “ Tornate renne al nostro nido“.
Gli ospiti sono
commossi, Gudrun non trattiene le lacrime e il sindaco, premuroso,
dispiegando un fazzolettone con impresso lo stemma di Procida, le
asciuga. Sotto gli occhi di Gunnar, anch'essi umidi, ma più
gelosi di quelli di un gatto francese.
Poi la banda esce di
corsa, dalla sala, eseguendo una marcetta allegra: “ Su, su,
andiam, andiam! Andiam nel bosco a cazzeggiar “.
Si apre, finalmente, il
dibattito, attorno alla cruciale questione. Come dotare l'isola dei
colori più adatti ad esaltarne le forme? Senza che queste
tracimino in macchie scoppiettanti, fantastiche ma eccessive, o al
contrario si addormentino, coricate sopra un piattone omologante.
Ad illustrare la
posizione della maggioranza sarà l’assessore Capezzolo.
L'assessore è un
bimbetto dal moccio che cola, impudente e discontinuo, dal suo naso,
senza che ciò impedisca a Capezzolo il maneggiare la parola,
come un moschettiere la spada.
"Innanzitutto,"
precisa, " i colori non sono un obbligo, i cittadini mantengono
il diritto di pittare la casa come meglio gli pare: nera, bianca, a
fiorellini, a chiazze o compatta, arlecchinante o a pulcinella,
trasparente od opaca. Insomma, anche nel colore, la libertà
del cittadino rimane intangibile, ma è dovere di una
efficiente amministrazione suggerire quali siano i colori, che
meglio esaltino la bellezza dell’isola.
L'apposita commissione
comunale, a seguito di uno studio accurato, propone due colori: il
Rosapoppone e il Celestinscopetta. Il primo destinato a tinteggiare
le zone storiche, il secondo gli edifici più recenti, sparsi
per tutta l'isola come cacatelle stralunate."
L’assessore, tira
su, con fragore, il moccio e con la manica si netta il naso,
energicamente. Poi prosegue e approfondisce i significati della
proposta elaborata dalla maggioranza.
" Il Rosapoppone,
per la Terra Murata, la Corricella, la Marina, la Chiaiolella, è
indubbiamente il partito colorato più consono. Rende questi
luoghi partecipi del mondo, senza che essi cedano all'attrazione
della gravità. Ne viene ai vefi, alle volte e ad altri orifizi
arcuati, carichi di storia, pensosità di passate glorie, che
rinfranca e rinnova l’attitudine dei procidani per gli
avventurosi commerci.
Il Rosapoppone,
inoltre, nel suo vigore pompeiano e maremmano, impasta negli edifici
una potenza poetica, che si esalta nei tramonti procidani. Perciò,
è risaputo, il Rosapoppone è molto apprezzato dalle
procidane, in quanto stimola, nei loro uomini, romantiche sonatine
di piffero,.
Il mare, poi, ha con il
Rosapoppone relazioni adultere. Lascivo l’accoglie ed insieme
rotolano sui basoli, abbandonandosi, senza pudore, ad accoppiamenti
fantastici, tra le grida di rimprovero dei severi gabbiani.
Invece il
Celestinscopetta, con la sua timida, discreta, tranquilla
riservatezza, ben si adatta all’Olmo, a San Antonio, a
Solchiaro, alla Starza e a tutti quegli altri luoghi dell'isola, più
interni, raccolti ed intimi.
Nessun colore, come il
Celestinscopetta, nobilita ed abbellisce i caseggiati, immersi nella
natura gentile, lasciando i loro abitanti bendisposti al progetto di
una vita cortese, che non muti i diverbi in fazioni, confliggenti,
rancorose.
Allaga i vicoli, gli
orti e i giardini, ricopre le cubiche case, liberandole dalla
schiavitù della superficie e predisponendole a fumatine
celestine, svelte e leggere, rivolte al cielo."
Conclude l’assessore
Capezzolo, con un appello all’opposizione, perché su
questa delicata questione, essa non disputi, sterilmente, a caccia
di squillanti, inutili, contrapposizioni, ma per il bene, del bello,
del paese, converga e approvi le sinfoniche, magiche, pennellate, or
ora esposte.
I vichinghi hanno
ascoltato, ammirati, questa profusione di colori sconosciuti, anzi
qualcuno tra loro, cullato dalla voce profonda e suadente
dell’Assessore, s’è addormentato, accompagnando
l’elenco delle qualità del Rosapoppone e del
Celestinscopetta con ritmate sonorità.
Lalla estratta la sua
bacchetta riporta al presente il colpevole che si riscuote e
ringrazia:
“ Mucios grazias
Senor, istà muy bien esto’ color.”
Salta su Marina
Fumantina. Ha tra le mani il sacchetto blu, da me reperito a San
Giacomo.
" Signor Sindaco,
com'è possibile parlare di piano colori, quando la nostra
isola viene lordata da questa immondizia."
Sventola, come una
trionfante bandiera, il sacchetto, sotto gli occhi allibiti di tutti
i consiglieri.
" In effetti , "
il sindaco appare confuso e disorientato, " riconosco che c'è
una contraddizione. Ma il nostro assessore al decoro urbano,
Cristallina Di Candida, potrà chiarire quel che è
successo."
" Il sacchetto in
questione, " spiega l'assessore, una ragazza talmente esile da
risultare inspiegabile sia dotata di voce, " ci era già
stato segnalato, alle cinque del mattino, vagolante nei pressi della
Madonna della Libera. L'operatore, da noi subito attivato e inviato
celermente sul posto,
non trovava più
l'indisciplinato oggetto, che furbescamente si era, evidentemente,
spostato nel luogo dove poi è stato rinvenuto."
" Il consigliere
dell'opposizione si ritiene soddisfatto? "
" Grazie, signor
Sindaco. A nome di tutta l'opposizione mi dichiaro soddisfatta dei
chiarimenti or ora apportati dall'assessore Di Candida. Per il futuro
evitiamo, però, che incidenti del genere si ripetano. Ne va
dell'immagine dell'isola.
Tornando al piano
colori, avremmo voluto suggerire la sostituzione del Rosapoppone con
il Rosasculetta, ma per dimostrare che l'opposizione non è
prevenuta e giudica sempre nel merito le proposte della maggioranza,
accettiamo il Piano Colori esposto, con grande efficacia,
dall'assessore Capezzolo."
Esplode l'applauso
convinto di tutti i consiglieri e degli ospiti vichinghi, abituati
nei loro Consigli a ben altri, incresciosi, spettacoli.
Solo io, sono deluso.
Una bella lite tra maggioranza ed opposizione non mi sarebbe
dispiaciuta.
Prende la parola, per
le conclusioni, il sindaco.
" Gentili ospiti,
consiglieri di maggioranza e della minoranza, noi abbiamo qui davanti
la delegazione di un paese preda di una disperata arretratezza
civica. Un paese, dove il capo del governo è stato inquisito
per aver portato il suo cane a fare cacchine nel giardino del Primo
Ministro. Un paese prigioniero del malaffare, della corruzione, delle
disuguaglianze, dei privilegi di caste e di cricche, dove i ciucci
governano e si bastonano i meritevoli. "
Sfiora il soffitto
della sala la luminosa capoccia del sindaco, mentre accende i cuori
la sua appassionata parola.
Gudrun vorrebbe
rifugiarsi sotto la sua giacca, incatenarsi alla sua cinta, solo lo
sguardo geloso di Gunnar e la sua, istituzionale, funzione di
traduttrice la trattengono. Ma intanto piange, nel tradurre questo
realistico ritratto del paese suo e con lei piangono tutti i
vichinghi, in modo così lacrimevole e disperante, che la pietà
del Sindaco, uomo dal cuore imburrato, smotta. Commosso, riprende a
parlare.
" Eppure malgrado
tanta disgraziata inciviltà nei costumi, costoro," indica
Gudrun e gli ospiti, affranti, " hanno trovato il coraggio di
vagabondare, alla ricerca di un luogo che concimi il loro desiderio
di miglioramento.
E dove, cari
consiglieri della maggioranza e della minoranza, pensate che siano
approdati per soddisfare questa legittima ambizione? Dove credete
abbiano cercato la luce di una stimolante, progredita civiltà?
Forse
nell’illuministica Parigi? O nell’abbagliante Londra,
nella vitalistica New York, nella fumettara Amsterdam? O forse qui,
nella nostra bella Italia, indecisi tra la vanesia Milano, o l'eterna
baldracca, Roma?
No! In nessuna di
queste famosissime città. Questa luce l’hanno trovata
qui a Procida, un luogo incantato, che tutto il mondo ci invidia.
Perché la bellezza, come dicevano gli antichi, non si è
limitata alla poesia dei luoghi, ma si è anche incarnata nella
civiltà dei costumi.
Ed allora carissimi
consiglieri, salutiamo questi coraggiosi figli del Nord,
augurandogli di portare nel loro paese, se gli sarà permesso,
l'esempio di questa nostra stupenda civiltà. "
Esplode un’applauso
entusiasta, crepitante più dei mortaretti all’ultimo
dell’anno.
Tutti vogliono
abbracciare il sindaco di tutti noi. Gudrun gli salta addosso e gli
scava, con la lingua fin dentro la gola, un pozzetto di delizia.
Tutti se lo baciano e se lo stringono, neanche volessero rubargli la
dolcezza profusa nelle parole. Anche Gunnar, superata la gelosia, gli
schianta due affettuose pacche sulle spalle, che sfonderebbero un
muro cinese.
Caramba gli regala il
suo sombrero: " Bravo, buen discurso, muy picante. "
Solo io me ne sto in
disparte perché penso, si fa presto a dire - Pitto qua! Pitto
là! Lustriamo la bellezza! Alleviamo la civiltà! - Ma
poi chi deve pagare, pagherà.
Non guardo in faccia a
nessuno, io.
Non come Lalla, che s’è
ammorbidita, anche se cerca di non darlo a vedere. I suoi capelli
rossi baluginano, intermittenti, come succede quando lei è
contenta. Pizzica, persino, profittando della confusione e credendo
che nessuno la noti, i glutei più solidi e autorevoli
dell’isola.
Ed ecco la banda
musicale rientrare nella sala consigliare, marciando.
Il trombettiere esegue
l’assolo: “ Mai più faremo l'amor, senza color “,
che chiude la solenne Assemblea.
Pomeriggio: Visita
all’Abazia
Nel pomeriggio, dopo
pranzo, mentre saliamo all’Abbazia, in fila indiana, le pance
soddisfatte in leggero subbuglio, chiedo a Lalla, fingendo
indifferenza, se ricorda che è proibito famigliarizzare,
eccessivamente, con le autorità comunali.
“ Lo sai bene che
possono interferire negativamente con il nostro lavoro! “
Aggiungo sibillino.
“ Non so di che
parli. “
“ Ti ho visto con
il sindaco. “
“ Ed allora?
Rapporti diplomatici. Con loro dobbiamo collaborare.”
La guardo, proprio come
lei si aspetta che io guardi: un deficiente che guarda.
“ Che c’entrano
i rapporti diplomatici? “
“ Appunto, che
c’entrano? Ricordati che sono un tuo superiore e tu non sei
informato su tutte le complesse modalità delle escursioni. “
Dice lei, riguadagnando la testa della fila, che arranca salendo
verso l’Abbazia di San Michele.
Quella frase, buttata
là, con studiata noncuranza, sulla mia presunta ignoranza, mi
preoccupa un poco.
Davanti all’Abbazia
ci aspetta Myriam Nonsapeteunbelin, nostra scenografa, esperta in
ricostruzione di eventi, piccoletta funambolica dalla testa
variopinta d’idee, come i capelli, pittati in svariati colori,
tanto che paiono un cespo di frutta.
Con Myriam
Nonsapeteunbelin, ci spostiamo alla Strafatta, terrazza panoramica,
così soprannominata, perché regala una bellezza
esagerata.
Ora non voglio dire di
più sulla Strafatta, perché pare che bagni la penna
nell’interesse del nostro. Dico soltanto che questa terrazza,
che sta tra la Chiesa antica e il Castello, invita lo sguardo al
galoppo sul mare fino al Vesuvio, tanto che ora devo trattenere i
vichinghi dal buttarsi di sotto, perché, ubriachi di luce, si
credono ippogrifi capaci il volare sulle onde del mare.
Lalla non svolge la
“Spiegazione”. Qui non c’è nulla da
spiegare, qui c'è solo il godere, che proprio non si spiega
ed allora è Myriam Nonsapeteunbelin a declamare del
Barbarossa, il pirata più feroce che mai ci sia stato da
queste parti.
“ Immaginate il
mare qua sotto riempirsi di vele e navi piratesche, il Monte di
Procida là in fondo che brucia, le donne, qui raccolte, che
gridano disperate. Gli uomini armati sono alla porta d’ingresso,
pronti a respingere gli assalti. "
A Miriam
Nonsapeteunbelin i capelli s’illuminano e accendono. Come un
girevole proiettore teatrale, inviano lampi di luci colorate giù
sulla superficie del mare, che s'impenna e solleva, e si agita
compatta, come fosse divenuta un gigantesco tendone blu di quelli che
a teatro nascondono la scena. Non c'è che dire Myriam è
proprio brava.
Si gonfia ed oscilla
questo tendone fino a lambire la terrazza, costringendo i nostri
ospiti ad arretrare, poi di nuovo s'abbatte e ritorna liquido mare,
fitto di vele, popolato di navi, dalle quali si levano grida
violente.
Il Monte di Procida
brucia realmente, nuvole nere di fumo si alzano e rotolano nel cielo
oscurato.
Ed eccolo qui il
Barbarossa, davanti a noi sulla terrazza, canta e sghignazza. Mette
paura solo al vederlo. E per forza non è una copia, ma
l'originale, vorrei vedere in quale posto al mondo se lo possono
permettere.
Ha la zucca bitorzola,
gli occhi da gufo, i capelli rovi ingarbugliati, il naso schiacciato,
la bocca sdentata e raminga la lingua. La barba, infuocata dal rosso
che gli ha offerto la fama, ospita un criceto e quattro generazioni
di scarafaggi. Però le sue gambe sono dritte, le braccia forti
e la sua voce si sente anche a Gibilterra, dove finisce il
Mediterraneo.
" Voglio una
vergine ." Smoccola, cantando rabbioso il pirata, " anche
se non procidana."
Questa variante,
introdotta da Myriam, è geniale, perché sempre tra le
nostre ospiti, anche se nessuna possiede il requisito richiesto,
serpeggia il fremito di una piacevole, desiderante, paura.
" Prendi me. "
Dice Gudrun, offrendo al pirata il petto abbondante.
" Zoccola! "
La rimprovera Gunnar.
" Lei non è
vergine. Eccomi! " Dice, il viso esaltato da martire,
sopravanzando Gudrun, Lisabet, in italiano. A noi tre la cosa non
meraviglia, succede durante queste visioni.
" Puta! "
S'indigna Caramba.
Le due donne stanno per
azzuffarsi, tra loro e con i loro uomini. Lalla batte tre volte le
mani e la visione svanisce, il mare ritorna vuoto e sereno, tranne
per un peschereccio che ripercorre tranquillo la sua scia, a sua
volta seguito da un nugolo di gabbiani.
Gudrun e Lisabet si
scusano e s'abbracciano. S'abbracciano, chissà perché,
anche Gunnar e Caramba.
Ma il Barbarossa è
rimasto al suo posto. Seduto sulla ringhiera della terrazza,
indifferente al rischio di cadere e sfracellarsi contro le rocce, si
spulcia la barba.
" Io che faccio? "
Chiede, annoiato, a Myriam.
" Sei ancora qui.
Aspetta un momento. "
Lalla si scusa con
Myriam.
" Mi spiace, "
dice Lalla, " ma ho dovuto interrompere. Stava per succedere un
casino."
" Lo so. Hai fatto
bene."
" Mi spiace, anche
perché la rappresentazione stava riuscendo perfetta. "
" Io ci avrei
aggiunto un po' di sangue."
" Taci tu! "
Mi zittiscono entrambe,
all'unisono. Se la intendono una meraviglia quelle due.
Si salutano, fronte
contro fronte, accarezzandosi i capelli.
" Ci vediamo di
sotto. " Dice Myriam.
" Andiamo! "
Ordina poi al Barbarossa.
Quest'ultimo, docile,
s'inchina poi, insieme, scavalcano la ringhiera e spariscono alla
vista del gruppo.
Terrorizzati, i
vichinghi accorrono, giusto in tempo per scorgere i due infilarsi,
chissà come, tra le strette sbarre in ferro d'una feritoia del
castello.
" Ma non si sono
fatti niente." Si stupisce Gudrun
" Sono allenati. "
Dice Lalla, scrollando, indifferente, le spalle. " Andiamo,
ora. " Aggiunge riprendendo il solito, sgradevole, tono da
comando.
" Dobbiamo
visitare il carcere, prima che faccia notte. "
" E la chiesa? Non
la visitiamo? "
" A quest'ora è
chiusa. Vero Passilio?"
Una volta tanto siamo
d'accordo.
" Chiusa, per
lavori in corso." Dico con un accento perentorio che non ammette
ulteriori repliche.
Quando arriviamo
davanti al carcere è l'imbrunire.
Ombre desolate
s'allungano sulla rocca imponente. Il gregge vichingo al vederla
perde la sovrana allegria e cerca il coraggio raggruppandosi come
fanno le rondini, durante il volo autunnale.
Dalla massa tufacea
proviene un calore infernale, che trasforma tutti quanti, con
l'eccezione mia e di Lalla, in fontanelle sudoracee.
Sopra il massiccio
portone di ferro, una pietra severa riporta a caratteri consunti
lettere prive di senso.
“ Mistero di zia
tizia. Peteziario di tato. " Legge Gudrun, decifrando le lettere
a fatica. Poi scandisce la domanda che affanna il cuore di tutti.
"Dobbiamo entrare
per forza là dentro ?
"Non siate fifoni.
“ Dice Lalla, ironica. “ Vedrete! Sarà molto
interessante. “
Quanto a questo, io non
ne dubito.
“ Non ci vuole il
permesso? “ Balbetta ancora Gudrun, alla disperata ricerca di
un pretesto qualsiasi per non varcare quella soglia.
" Eccolo il nostro
permesso. "
In effetti, sta
sopraggiungendo un uomo, ansimante, più di un cavallo da tiro
al traino di un barcone su per il Volga.
" L'Assessore alla
Cultura, Peana Scotto del Trombone." Lo presenta Lalla, con una
solennità che suona, ironicamente, eccessiva riferita
all'ometto che ci sta davanti. Il quale ha una testa talmente
indeterminata, da potersi rappresentare soltanto quale testa -
minchiuta -. Costui ha tra le mani
una grossa chiave, con la quale apre, non senza fatica, la porta più
piccola, incastrata nel portone.
Passano per quella i
turisti svevi, uno alla volta, frettolosamente sospinti da me e da
Lalla con una certa rudezza, che ingenera anche qualche protesta.
" Presto,
rinchiuda! " Ordina Lalla all'Assessore, il quale però si
attarda, vorrebbe alcune rassicurazioni riguardo ad una sua
particolare faccenda.
" Abbiamo
promesso, così faremo. Noi, a differenza vostra, abbiamo una
sola parola. " Lo liquida lei, spazientita.
Non appena all'interno,
però, sarà l'aria di casa o non so cos'altro, il suo
umore muta.
“ Mio
stimatissimo e fidato collaboratore, “ trilla, senz’ombra
d’ironia, con una voce che vibra, quando gli garba, gocce
d’argento, “ guida tu il gruppo. Io chiudo la fila per
evitare che qualcuno si sperda.”
“ D'accordo,
pagnottella del mio cuore, mia unica, pepata, pizzetta. “ Come
sempre in questi casi mi sciolgo in estasi zuccherina.
Approfitto di
quest'attimo, di apparente dolcezza, anche per tentare una mossa
audace: accarezzarle le spalle. Ma lei è già scappata
in fondo al gruppo e lo spinge, come una pastora degli altipiani del
Tibet spinge a valle il suo gregge disordinato.
Attraversiamo un
cortile spelacchiato, al centro di edifici in rovina, nel quale si
acquattano nugoli di gatti, che sonnecchiano indifferenti. Si
riscuotono soltanto all'avvicinarsi, si capisce, della loro regina ed
allora corrono, i ruffianoni, a strusciarsi alle sue gambe.
Lei li saluta,
affettuosamente, chiamandoli, uno ad uno, per nome: "
Castorino, Pimentel, Percussione, Oracolo, Carolina, Ferdinando."
Le bestiacce le
rispondono con miagolii soddisfatti. Soltanto uno, impettito e fiero,
le trotterella al fianco, senza mai avvicinarsi.
" Murat? Non mi
saluti? "
Quello per tutta
risposta si avventa su Carolina e Ferdinando, l'intenzione evidente è
farli nuovi. S'azzuffano, soprattutto con Carolina, che ingobbita
e arruffata, la coda ritta a pennone di maestra, non indietreggia
d'un passo e soffia, che pare una golena in pieno vento, in assetto
di guerra. Ferdinando, al contrario, s'è già defilato.
Il gruppo, rinfrancato
da questo spettacolo gattesco, ritorna vivace ed allegro.
Al limite del prato
ecco una sequenza di capannoni dismessi e diroccati. E' un paesaggio
di modeste rovine, senza pretese di testimoniare chissà quale
orgogliosa memoria.
Entriamo nel primo di
questi e Lalla questa volta lascia a me la spiegazione. Anche perché
non c'è molto da dire o da ricamare.
" Questo era il
reparto Tessitura". Indico i giganteschi telai, sepolti sotto
spessi strati di polvere, ormai bestie tristi, rugginose e dormienti.
" I carcerati ci
lavoravano il cotone e il lino. Il corredo di generazioni di spose
procidane è uscito da qui."
Passiamo oltre. E' un
capannone completamente vuoto.
" Questa era la
calzoleria."
Nel mezzo, come fosse
un reperto da museo d'arte moderna, soltanto una cassetta con la
scritta nera, in bella evidenza: - Calzolaio -.
Nel successivo, al
contrario, ci sono ancora i tavoli da lavoro, con gli strumenti più
disparati: - martelli, seghe, pialle, squadre da misura, metri a
bacchetta, - sparsi attorno.
Il gruppo Ikea si ferma
a guardare incantato.
" La falegnameria.
" Preciso quel che evidentemente hanno già intuito.
" Cos'è
quello? " Chiede Gunnar, indicando una vecchia sega a corda.
Come spiegare a questo
postmoderno, cocainomane delle macchine, la natura di un taglio fatto
manualmente, lavorando in due, l'uno di fronte all'altro, spingendo
in sincronia quell'attrezzo, all'apparenza, così semplice.
" Bisogna
conoscersi bene. Accompagnare la spinta dell'altro, ma senza
abbandonarvisi, il movimento dei due deve trovare il suo corretto,
equilibrato ritmo. Il legno deve cedere ed aprirsi, alla lama
dentata, senza che alcuna delle sue fibre resistendo si rivolti."
Passiamo da un
capannone all'altro, quasi tutti ormai con i soffitti sventrati e il
cielo, quel cielo prima negato e perciò dolorosamente ambito,
che ora vi penetra prepotente.
L'ultimo, la
lavanderia, è gonfio di grandi vasche, ormai vuote.
Da una di esse proviene
uno strano rumore. Pare un grugnito, basso, intervallato e profondo.
Quando ci affacciamo scorgiamo sul fondo della vasca un grasso
animale, forse un cinghiale. Ci osserva con occhi mitissimi che
implorano aiuto, mentre dal suo collo, ispido e chiatto, squilla un
cravattino rosso farfalla, forse un segno di riconoscimento.
Difficile capire come
sia finito là dentro.
Gunnar e Caramba si
calano nel vascone, agili e svelti, senza pensarci su un attimo.
" Un momento,
siete tutti d'accordo a liberarlo?
" Passiglio, certo
che siamo d'accordo. " Protesta, vivacemente, Gudrun.
Gli occhi di Lalla sono
due piccole, inquisitorie, fessure mentre controllano l'atteggiamento
di tutti i presenti.
Quando lo sollevano il
cinghialone lancia grugniti di grande soddisfazione. Ma non appena a
terra, quella brutta bestiaccia, mi punta e poi mi carica, con le più
malevoli intenzioni.
A stento riesco ad
evitarlo, non senza rischiare di cadere, a mia volta, in una delle
vasche.
Prima che possa
infliggergli la giusta punizione, sculettona papale e sereno, lemme
lemme, fino a ad una breccia del grande muraglione, che protegge, dal
lato del mare, il penitenziario e poi scompare nel fitto della
declinante boscaglia di rovi e di sterpi.
Per recuperare un
contegno dignitoso, dopo l'umiliazione subita, rientro nel mio ruolo
di guida. Mi brucia la certezza, non ho bisogno di guardarla, che
Lalla se la gode.
" Questa terra
veniva dai carcerati coltivata. Poi ogni giorno della settimana,
nello spiazzo qui fuori, c'era il mercato."
Lo rivedo il mercato e
rivedo gli orti e i carcerati lavorare la terra qui sotto, sopra la
grande spianata. Rivedo anche i miei compagni aggirarsi dispettosi
tra le bancarelle, allumando, vogliosi, le sottane delle femmine.
Una improvvisa botta di nostalgia, per il nostro precedente lavoro,
mi assale insieme ad un fastidioso prurito sotto le ascelle e dietro
la schiena.
Ora li conduco
attraverso una scala esterna, anch'essa dissestata e invasa da
erbacce, nella galleria d'ingresso dell'antico castello, fin sulla
soglia di una sala immensa e vuota.
“ Il salone delle
feste. “ dice Lalla, riprendendo di prepotenza il suo ruolo di
guida mastra, “ Qui, i Borboni organizzavano i balli ufficiali.
“
Gli occhi le brillano,
fosforescenti, mentre batte le mani tre volte, - come gli piace
eseguire questo numero -.
D’incanto
esplode una musica vorticosa che trascina, nella grande, luminosa,
sala, splendide dame e i loro cavalieri azzimati.
“ Comparse. “
dico io, soddisfatto e orgoglioso. “ Ci siamo ispirati al
famoso ballo del “Gattopardo” di Visconti.
Una dama abbandona il
suo cavaliere e scivola verso di noi, il viso seminascosto dal
ventaglio, la veste blu, che spazza leggera il pavimento, gonfia,
come un tenda da circo.
D'un tratto la musica
cessa e tutti gli sguardi si volgono verso di lei, mentre nella sala
si diffonde un brusio di disapprovazione. La dama strizza l’occhio
a Caramba:
“ Spero signore,
non mi faccia grave torto, rifiutandomi il prossimo ballo! " Più
che un invito pare un ordine.
Caramba, confuso,
guarda Lalla, il cui sorriso brilla sarcastico:
“ Non puoi
rifiutare. E’ la regina. “
Caramba s’inchina
cerimonioso, levandosi il sombrero, che consegna a Lisabet:
“ Senora, estoy
muy, muy honrado. “
La musica riprende e
con essa il gran ballo.
La Regina e lo strambo
vichingo, legati l’uno all’altra, Caramba con il piglio
del nobile ardimentoso, scivolano all’indietro fino al centro
della sala. Le scarpette della regina sprizzano scintille di fuoco,
pungolando i piedi di Caramba che saltella, vivace, più di un
passerotto fuggito dal nido, mentre Lisabet lo fulmina con occhiate
di gelosia.
Il turbinare di quella
coppia calamita il turbinare vertiginoso di tutte le coppie, che
orbitano attorno a loro, come pianeti attratti dal sole.
Una guardia attraversa
il salone di corsa e si arresta, sull'attenti, davanti ad un signore
azzimato, i cui lineamenti, grossolani, spiccano per la loro
bruttezza.
“ Quello è
il re. “ Dice Lalla.
La guardia,
inchinandosi, sussurra qualcosa al suo re, il quale prende subito
a sbracciarsi, come un bambino eccitato.
La musica cessa e il
re, indicando un’ampia vetrata dal lato del mare, grida:
“ Signori, venite
a vedere! Fuciliamo i siciliani che l’altro giorno hanno fatto
tutta quell'ammuina. ”
Ma per Lalla è
sufficiente. L'escursione, come dice spesso, non deve mai calare in
ritmo e tensione. Schiocca le dita e tutti quanti spariscono: il re e
la regina, le dame e i cavalieri. Sparisce anche Caramba e Lisabet
abbandona in lacrime la sala per la perdita dell'amore suo.
Ora scendiamo, per una
scala grigia e larga, nelle antiche segrete del castello.
Lalla si è
messa davanti con il piglio del condottiero in marcia. Non ha timori,
la signorasotutto, in questa discesa, anzi più si scende e
più pare allegra, trilla, senza motivo, continuamente.
Dopo due rampe troviamo
un cancello serrato, che un uomo in livrea, non appena ci sente
arrivare, corre ad aprire. Lalla lo redarguisce, brutalmente, perché
non si trovava al suo posto.
Eccoci nel buio,
orrido, corridoio, che si apre su grotte, in passato, adibite a
celle di punizione.
Le porte delle celle
sono sbarrate, ma dallo spioncino si possono osservare gli interni.
Le pareti ricoperte di spugna rosata e il soffitto in roccia
levigata fanno pensare agli interni di gigantesche conchiglie.
Non tutte sono vuote.
Alcune, ospitano uomini
e donne, da l’età indefinita, completamente nudi e
sdraiati su spartani lettini. Debordano i loro corpi nelle mani di
ragazze robuste, forse immigrate polacche, o ucraine, che massaggiano
e strapazzano, energicamente, quella ciccia sfatta e cascante; La
manipolano e impastano nel borotalco, voltandola e rivoltandola, poi
la lanciano per aria, riafferrandola al volo, come abili pizzaiole
prima dell'infornata.
Quando ci si sporge a
osservare, i massaggiati sorridono debolmente e salutano, agitando
manine fiacche e ossute.
“ I carcerati che
davano problemi venivano rinchiusi, in isolamento, in queste celle.
Ora è tutto diverso.” Racconta Lalla, divertita.
“ Ma ora cos’è?
“ chiede Gudrun, “ Mi pare un albergo.”
“ Si qualcosa del
genere. Però più costoso.”
Nell'ultima cella un uomo, in divisa militare, martella, febbrilmente,
la tastiera del computer. Quando sospende, pensieroso, la
battitura, Lalla, lo redarguisce, freddamente:
“ Generale,
faccia attenzione! Sa che non accettiamo nessuna lacuna, tanto meno
comode amnesie.”
“ La mia memoria,
non è più quella di una volta, " piagnucola
l'uomo, mellifluamente umile, " per quanto mi sforzi, non ricordo il numero
esatto. “
“
Diecimilacinquecentotrentuno! “
Una ragazza nera s'è staccata dall'ombra, come uscisse da una
sporgenza del muro.
" Questo il numero dei miei
compatrioti, da lei, generale Graziani, fatti sterminare in un solo giorno."
Non c'è astio
nella sua voce e la sua figura alta e bellissima è avvolta da
una lunga veste rossa, che la rende ancora più slanciata e
attraente.
“ La ringrazio,
Shamira. Senza di lei sarei perso. “
" Non vuole
diventare un tamburo africano? " chiede Shamira, dolcemente.
" Siii ! "
Sibila, emozionatissimo, il generale.
“ Allora si sdrai
sul lettino! Le applicherò un bel massaggio somalo.”
Il generale la guarda
ammirato, poi si alza barcollante e si lascia spogliare, come un
bambino timoroso.
Shamira solleva, senza
sforzo apparente, quel corpo incartapecorito e lo depone sul
lettino. Poi, afferrate due mazze da muratore, inizia a martellare,
ritmicamente, la schiena del
generale.
“ Le piace? “
chiede la ragazza.
“ Fa un po’
male. “ Risponde il generale, lacrimando.
“ Questione di
abitudine e di materia prima. Sente come rimbomba? La sua pelle ha la
giusta robustezza, va solo lavorata un poco, per renderla elastica. Ne sono sicura, una volta scuoiato e
alleggerito del superfluo lei diverrà un magnifico tamburo da guerra."
Lacrime di
commozione sgorgano copiose dalle ciglia commosse del generale.
“ Un tamburo...è sempre stato
il mio sogno...scandire, eccitare la marcia dei soldati. ”
" Tum...tum...tum...."
Accompagna i colpi la sua voce chioccia e strozzata,mentre noi, spinti ed eccitati dal ritmo profondo di quell'anomalo tamburo, ritorniamo, marciando, al
cancello d'ingresso.
L’addetto questa
volta si fa trovare pronto. Quando passiamo saluta, esageratamente
ossequioso, soltanto Lalla. Allora controllo la chiusura del
lucchetto.
Lo sapevo, non l’ha
fatta scattare, troppa fatica.
“ Domani, sali !”
“ Ho già
fatto tre giorni. “
“ Pochi, per un
lavativo. “
“ Ma..-
“ Insisti e il
sotto te lo puoi scordare.”
Così impara il
rispetto per gli anziani. Può dirsi fortunato se non lo
denuncio al capitolato disciplinare.
Raggiungo il gruppo al
piano di sotto, che a differenza dell’altro è fatto di
grandi stanze con letti a castello e docce in comune. Qui più
che un albergo pare un ostello.
Le porte delle camerate
sono aperte e da una di esse provengono sguaiate risate. Passando ci
affacciamo a guardare.
Uomini grassi, immensi
donnoni, seduti sui letti, fumano e sbevazzano, la stanza puzza di
fumo e scoppia di pacchi e pacconi. E’ un gruppo di russi,
nuovi arricchiti, i quali comprano di tutto, gli oggetti più
inutili e disparati, per esibirli, come trofei, nelle loro case.
Una ragazza minuta e
gentile, la loro guida, che in mezzo al trambusto, sdraiata,
sull’unico letto non a castello, sta cercando di leggere, non
appena vede Lalla ci raggiunge nel corridoio.
“ Quanto tempo
dobbiamo aspettare, ancora? “
“ Non molto. Ma
prima tocca ai giapponesi. ”
“ Non li tengo
più ! “
“Ciao Antonella
come ti va ?” gli chiedo.
E’ pallida e
sciupata. E’ un’amica e la capisco, so la fatica che si
fa a gestire un gruppo come quello.
“Non ce la faccio
più. Ho la testa contesa, più di una palla da rugby.
Non vedo l'ora di essere a casa, a leggere in santa pace.”
“ Che stai
leggendo? “
“ Il Maestro e
Margherita. “
Nella camera successiva
un gruppo di giapponesi riposa tranquillo. Uno di loro fotografa
stampe, appese alle pareti, di dipinti settecenteschi che
rappresentano un unico evento: l'eruzione del Vesuvio.
Infine ecco una grande
camera spaziosa e accogliente, arredata Ikea.
“ Accomodatevi
qui, vi chiameremo quando sarà il vostro turno ”.
Da un letto a castello
plana un ectoplasma, che poi si ricompone nelle fattezze
di Caramba. Lisabet sviene, mentre il gruppo commosso canta un
famoso inno svedese, la cui traduzione approssimativa recita più
o meno così: - Vieni qui bel fagiolino che ti contento la
sera e anche il mattino. - Poi crollano spossati sui letti.
“ Quanto tempo dobbiamo
restare?” chiede Gudrun dalla sommità del letto a
castello sulla quale s'è issata, con il suo Gunnar.
“ Un po’. “
La risposta di Lalla è
generica, ma d’altronde è difficile essere precisi
quando si tratta di definire i turni per scendere. Non sempre si
rispetta l’ordine d’arrivo, è una faccenda anche
cabalistica, dove c’entrano i dadi e i bussolotti, giocati, non
da noi, ma da qualche alta gerarchia dei piani inferiori.
Intanto scendiamo io,
Lalla e il giapponese, dalla macchina fotografica infaticabile, a
capo del suo gruppo.
La scala a chiocciola,
molto stretta, a stento si passa uno alla volta, immette in un
piccolo spoglio locale dove un signore, dall’aspetto robusto,
è seduto davanti ad un enorme registro. Alle sue spalle
s’intravede una botola chiusa.
“ Bentornati. “
Ci saluta gentile. Ha un'espressione vagamente cinghialesca e si
gratta soddisfatto la grassa pappagorgia, sulla quale squilla un
cravattino rosso farfalla.
“Può dare
i nomi dei suoi compagni al registro degli ingressi.” Dice
Lalla al giapponese.
“ Ma dove si va ?
chiede il giapponese continuando a scattare foto.
Io Lalla e Astarotte,
così si chiama il responsabile della registrazione, ci
mettiamo in posa mentre lui ci fotografa. Lalla è nel mezzo,
io e Astarotte ai lati, ma finalmente riesco a sfiorarle i capelli e
ne ricevo una intensa scossa benefica.
“ Si va di sotto.
“ risponde Lalla, simulando la massima indifferenza.
“ Fa vedere! “
Astarotte apre la
bottola e il giapponese si sporge a guardare. Ma s'intravvede
soltanto una scala a pioli, di ferro, che scende e si perde nel buio
profondo.
“ Ma che c’è
da vedere? “
“ Cose molto
interessanti. Difficile descriverle. “
Certo, come si fa a
descrivere quel che c'è là sotto.
Lalla sembra trovare la
chiave per convincere il diffidente giapponese:
“ Si sente il
Vesuvio. E’ tutto collegato. “
“ Noi non
scendiamo di sotto! “ Replica tranquillo il giapponese.
“ Siamo buddisti
! ”
Lalla è delusa.
Non possiamo obbligarli, la discesa può essere solo
volontaria.
“ Va bè!
Aspettaci con i tuoi compagni in camerata. “
Il giapponese risale. E
ora? La botola, rimasta aperta, esercita su di me un’attrazione
fatale, ho grande nostalgia di casa e infilo il piede nel vuoto,
cercando il primo piolo. Ma Lalla ed Astarotte sono lesti ad
afferrarmi, poi Astarotte chiude la botola.
Non possiamo non
inviare, là sotto, nessun gruppo. Ne risentirebbero gli indici
statistici dei flussi, quest’anno già crollati per via
della crisi, vanificando l'idea geniale di trasformare Procida in
attrattore turistico.
Discutiamo come ovviare
all’inconveniente. Possiamo mandare i russi, che rompono tutto
il giorno, liberando la povera Antonella. Ma perché non i
nobilastri? In attesa da un sacco di tempo.
Sono furbi quelli. E
ormai sono anime piatte, capaci il nascondersi tra i pertugi e gli
intercapedini delle pietre. Per stanarle ci vorrebbero giorni interi.
Il generale? Vale mille
gruppi, ma per lui il programma prevede un master individualizzato e
Shamira è molto brava e professionale, sa cosa fare.
Gli svedesi? Sono gli
ultimi arrivati, non s’è ancora deciso nulla per loro.
Infine optiamo per i
russi. Stanno sulle palle a tutti e non hanno superata la prova
cinghiale, (volevano cucinarselo). Inoltre si libererebbe la povera
Antonella, lei è uno spirito leggero, di serra e fatica molto
a condurre queste escursioni all'aperto.
Lalla è molto
stanca. Il suo sguardo mi sfiora e per un momento credo stia per
chiedermi qualcosa d’importante.
Invece lievita, piano,
fino a posarsi sulla testa di Astarotte. Poi incrocia le gambe,
nella posizione del loto, chiude gli occhi e s’addormenta.
Io mi tolgo la camicia
e srotolo la benda che mi fascia strettamente la schiena. Non ne
potevo più. Finalmente libera, la mia gobba schizza, salda e
potente, dalle ossa, rovesciandomi e puntellandomi in posizione
fetale sulla parete.
Un giorno di questi,
quando la vedrò di buon umore, m’arrischierò a
rivolgergli la rischiosa, fatale domanda:
“ Lalla perché non ci
riposiamo, soltanto un poco, nella posizione del missionario? ”