L’ESCURSIONE

I Giorno
Mattino: Accoglienza al porto. Spostamento alla terrazza panoramica della Lingua. Aperitivo con pasticcini dell’isola. Smistamento negli alberghi.


Ho una dannata fretta, Lalla mi aspetta al porto. Con la Cumana delle nove, arriverà un gruppo di trenta ospiti ( divieto assoluto di chiamarli turisti, anche nelle statistiche della nostra Autonoma Azienda di Soggiorno, vengono registrati come - Flussi Soggiornanti - ).
Piazza Olmo, come sempre, rigurgita vitale confusione : bambini, appena scesi dal trenino elettrico, impazienti di precipitarsi a scuola, scampanellio di bici, frotte di madri all’assalto dei negozi, il vigile Panzerotto che redarguisce il fruttivendolo: - al solito, ingombra con la sua merce la strada, oltre i limiti consentiti - .
Abilmente evito il trenino e imbocco, come una schioppettata, via Vittorio Emanuele, due colpi di pedale e arrivo, sfrecciante, a San Giacomo.
Ma oltre la farmacia, ecco balzare contro i miei occhi, cosa inaudita, un sacchetto di plastica, che sfarfalleggia, allegro blu, nel mezzo della strada. Lo raccolgo al volo, a rischio di mortale caduta. Porco diavolo! Cristallina Di Candida, assessore al decoro urbano, mi sentirà. - Mica siamo in Svizzera, qui! Dove certe lordure ancora si tollerano.
Il Porto rumoreggia voci, richiami, risate di gruppi in partenza, o in attesa.
La Caremar va lentamente rinculando. Ondeggia, invitante, avvicinandosi alla banchina, impaziente di evacuare e poi rimangiarsi frotte chioccianti di passeggeri.
Lalla, ferma davanti a una bitta, mi fulmina con un’occhiata d’iraconda riprovazione. Ne avesse il tempo, mi scaraventerebbe in mare, cibo per tonnachielli.
“ Tre minuti di ritardo. Sei sempre il solito.”
“ Il traffico. “ Mento, spudoratamente, arrossendo più di un pomodoro cinese.
“ Va bè. Piglia il cartello! “
Quando ordina Lalla, conviene obbedir tacendo.
Isso il cartello. L’abbiamo fatto ampio e colorato, come una gonna scozzese. Sopra, in svolazzanti caratteri gotico-procidani, c’è la scritta di benvenuto:
“ Procida saluta calorosamente il Club Ikea “
E’ il gruppo che stiamo aspettando, una specie di Cral, dello stabilimento svedese, della famosa multinazionale. Mi chiedo perché non abbiamo scritto quel cartello nella loro lingua. Vero che non conosciamo, ma per Lalla questo non è mai stato un problema, visto che apprende qualsiasi lingua in un batter di ciglia.
Mentre i passeggeri, ad ondate fluttuanti, si riversano fuori dal buco nero della nave, agito freneticamente il cartello per attrarre l’attenzione dei nostri ospiti, che presumo sicuramente mimetizzati tra i viaggiatori.
Precauzione inutile. Emergono dalla folla, riconoscibilissimi, un gruppo compatto, tutti in calzoncini corti, con curiosi copricapi circolari a forma di stanza da letto arredata, sui quali brilla, dorata e intermittente, la scritta: “IKEA”.
Sono altissimi, le donne ancor più degli uomini, meno la loro capogruppo, al confronto una nana, una ragazzona ridente e biondissima, che mi supera comunque di una spanna.
“ Io Gudrun, tu?” Si presenta, rifilandomi un’amichevole pacca sulla spalla, che mi piega a novanta gradi.
“ Io Basilio. “ Tossicchio, schiantato.
“ Piacere Passilio.” Mi porge una manona da carrettiere ungherese, mentre l’altra replica, sull’altra spalla, il saluto precedente. Se va avanti così, quando il gruppo ripartirà, mi ritroverò piallato e dimensionato in perfetta scrivania Ikea.
“ Lei, Lalla.“ Dico, sperando che il pesante maglio si rimetta in moto. Ma vengo immediatamente disilluso, perché Gudrun s’avanza come un panzer verso Lalla, che prudentemente arretra e gli stampa sulla guancia un croccante bacione svedese.
“ Io Gudrun! ”
“ Si lo so, tu Gudrun, io Lalla e lui Passilio.” Dice Lalla, sogghignante.
” Bene, ora che ci siamo presentati, che ne dite di muovere i nostri culetti procidani e i vostri culoni svedesi.”
“ Che essere culoni? Noi non portati.”
Gudrun è preoccupatissima.
“ Questo nostro bagagio! “
Indica uno zainetto che tutti loro hanno infilato a tracolla e che a me pare piccolissimo, potrà contenere, al massimo, la merenda.
“ Tranquilla, “ la rassicuro, “ tu portato, anche abbondante."
Vorrei dirne quattro a Lalla. Eravamo d’accordo che ci saremmo suddivisi le noci qui al porto, ma lei si è già incamminata, la chioma, che favilla sul rosso, come un semaforo ticinese, attrae la truppa che la segue compatta, neanche fosse una magica lampa.
Il corteo risulta così composto: davanti, a fianco di Lalla, marcia la solida, rotonda Gudrun, poi per file ordinate tutti gli altri, che fanno rimbombare l'acciottolato come fosse scosso dai titani. Tutti i procidani si voltano a guardarli, ammirati e incuriositi. Io chiudo la fila, piccoletto e superfluo, issando, malinconicamente, il mio inutile cartello.
Efficiente e disciplinato, il plotone turistico si arrampica in pochi minuti sulla collina, sotto il castello, fino alla terrazza della Lingua, un affaccio, mozzafiato, sul Golfo.
Qui Lalla, con pochi, essenziali, secchi comandi, dispone il gruppo in cerchio intorno ad un ulivo, che si erge, tormentato e contorto, ai margini del costone. Quindi, un balzo miracoloso, da gatta, s’inabissa tra le sue fronde e si sistema, che pare una papessa, sopra un ramo flessuoso.
Il ramo oscilla paurosamente sullo strapiombo, ma lei, meravigliosa leggerezza fatta d’aria, non se ne cura.
Stanno tutti, con il naso rapito all’insù, in spasmodica attesa che parli.
Anch’io, con ben altre intenzioni, però. Scruto, tra le foglie e i riflessi dorati del sole, le sue gambe, bellissime.
Lalla indica la costa, al di là delle increspature blu del mare. Poi la sua voce, vibratile, rovescia a cascata parole, come tante farfalle colorate.
“ Quel promontorio a forma di piramide, sopra il quale spicca il faro, si chiama Capo Miseno. Enea, l’eroe, fuggiva da Troia, come ci racconta Virgilio nell’Eneide. Arrivato a Capo Miseno, chiese di scendere nel regno dei morti, che gli antichi collocavano nelle viscere dei Campi Flegrei, alle spalle del Miseno. “
Gudrun traduce, pomposa, la pomposa storia di Lalla.
Si dà un sacco di arie quando racconta queste fanfaluche. Le conosco anch’io queste storie e potrei aggiungere che il cosidetto regno dei morti si estendeva fino a Procida. Ma non dico nulla, perché questa melassa storico-mitologica mi annoia mortalmente.
Piuttosto al ragazzone, che mi sta vicino, mostro i palazzi del Monte di Procida, al di là del Canale, in equilibrio precario sopra la roccia scura.
“ Monte di Procida. “ Dico indicandoli e scandendo le sillabe.
“ Ja, Ja, Proscita! “ Lo svezzosone, un imponente pino alpino, scuote entusiasta il testone.
“ No Proscita! Monte di Pro-ci-da! “ Mi spazientisco.
“Ja, Proc-ci-ta -r. “ ribadisce sognante il pino, fiorente virgulto di Svezia, arrotando il nome dell’isola, con particolare soddisfazione, come lo inzuppasse nelle onde marine.
Lalla, che intanto ha calato Enea nelle tenebre dell’Ade, nota le mie manovre diversive e abbandonato l’eroe, là sotto a metà strada, mi bacchetta rudemente.
“ Passilio, non distrarre gli ospiti dalla Spiegazione!”
La Spiegazione è qualcosa di più di una semplice narrazione. E’ il racconto biblico-turistico, su questi luoghi, messo a punto nei secoli dalla genialità sintetica di peregrinanti guide verbose. La Spiegazione è sacra, non va mai interrotta, disturbata o contraddetta.
Gudrun traduce e scandisce più volte -Passiglio e Spiegazione-, con un'accentuazione particolarmente severa, che strappa, all’intero gruppo, un mormorio di scandalizzata disapprovazione.
Umiliato e sconfitto, mi ritiro sotto l’immensa tavola carica di leccornie procidane destinate alla rieducazione del gusto nordico-barbarico, mentre Lalla riprende la solenne Spiegazione.
Enea, ripreso il viaggio, finalmente giunge nel fondo degli inferi dove riceve, per l’ennesima volta, dal padre Anchise, la comunicazione ufficiale: - Nascerà dai tuoi discendenti la grande Roma! -.
Per me la profezia allude alla squadra di calcio, comunque eccoli qui i romani, padroni dell’universo, addestrarsi alla pugna davanti alla spiaggia di Miliscola, mentre poco lontano, sepolta dentro una grotta di Cuma, una certa Sibilla sobilla e predice eventi funesti a queste acque.
Apre la serie delle disgrazie quel gran paraculo di Nerone, che ammazza Agrippina, madre eccessivamente invadente, nelle acque di Bacoli. Segue il Vesuvio, che vomita cenere incazzato e Pompei ne va per mezzo. A Baia la terra fa la sua parte, sprofondando in mare le ville di alcuni ricchi rottinculo. Poi ci si mettono saraceni, normanni, angioini, aragonesi, a saccheggiare isole e coste. Nei pressi di Pozzuoli, un altro vulcano cazzuto fa fuori un villaggio, mentre il Barbarossa e i suoi pirati specializzati, depredano i procidani tutte le estati. In seguito, saranno i borboni ad appenderli ai lampioni.
Questa grosso modo la Spiegazione, che magari ho riassunta troppo sinteticamente, ma finalmente, forse perché più nulla d’interessante, esaurite tragedie e catastrofi, le rimane da raccontare, anche Lalla trilla:
“ Ora gustiamoci i dolcetti dell’isola! “
Vola giù dall’ulivo divenuto ancora più tormentato e contorto, probabilmente per l'ammasso di orripilanti disgrazie piovute dalle sue fronde.
“ Senti! “ Gli dico, la bocca ancora piena di pasticcini aromatizzati gustati durante l’esplicazione della mortifera Spiegazione.
“ Firmiamo la tregua e procediamo nel programma che prevede la divisione delle animelle turistiche. Non dobbiamo smarrirci in beghe da cortile e farci dispetti; non è professionale, non siamo guide di primo pelo, ma professionisti abli ed esperti.”
Lalla mi punta diritte al cuore due pupille trepidanti sferica innocenza:
“ Naturlich! “ esclama, ben consapevole che le paroline estere m’imbestialiscono.
“ Venti a me, dieci a te! ”
“ S’è sempre fatto a metà. Perché ora a te il doppio? “ Protesto, immancabilmente imbestialito.
“ Ragiona! Smussa gli angoli della tua capoccetta triangolare. Che sfizio avranno dal tuo giardino, legati, come sono, ancora al loro verde? Meglio per loro una bella scorpacciata – vistamare -.
Poi satollo di luce e di acqua l’occhio, lo rinfrescheranno tra le fresche frasche del tuo giardino. “
Questa argomentazione di Lalla smussa la mia irritazione e quasi mi convince.
“ Giusto! Ma allora acchiappali tutti quanti te, poi li passi a me. “
“ Testolina, nel comprendonio rateizzato, ti sei scordato che i nostri alberghi non possiedono più di dieci stanze doppie? "
Ha ragione, Lalla ha sempre ragione.
Questo, che non abbiamo i grandi hotelloni, come quei puzzoni di Capri e di Ischia, è un problema serio, che limita parecchio la nostra produzione. Per Sacripante! Accontentiamoci del poco, ma buono. Noi lavoriamo di qualità e questo, da chi di dovere, ci viene riconosciuto.
I vichinghi appaiono ora satolli di miele, dolciumi e liquori. Alcuni s’appoggiano al legno palizzo e spinti i gran nasi in avanti li piegano al basso, come volessero, tramite quelli, succhiarsi tutto il profumo del mare. Altri pigiano le voci per cavarne un inizio di coro, fluviale e malinconico, che se si dispiegasse porterebbe a singhiozzare anche le onde.
Io e Lalla ci guardiamo, finalmente d’accordo. Non possiamo permettere che s'insinui, dissolutiva, l’anarchia. Sappiamo per esperienza che il gregge turistico si disperderebbe e condurre un’escursione ordinata e proficua diverrebbe impossibile.
Riconduciamo il gruppo ad un'accettabile disciplina, battendo, seccamente, le mani. Poi ordiniamo loro di formare le coppie, dieci da una parte e cinque dall’altra.
Il gigantesco ragazzotto, che volevo istruire sui luoghi del Golfo, confabula con Gudrun, piegato su di lei come un imponente ciliegio sopra un flessuoso cespuglio rosato. La ragazza, compiaciuta, ride vistosamente. Quei due non me la contano giusta.
Sempre ridendo, Gudrun bisbiglia alle altre ikeane suoni grottescamente gutturali, che le scuotono, come pannocchie di granturco eccite dal vento.
“ Per Sacripante, " dico, scandalizzato, a Lalla " questi vogliono mescolarsi nel libero amore.“
“ E a te che ti frega! ” mi risponde lei, guardandomi, con sprezzante compatimento padano, “ La vacanza è anche piacere. Se stanno più contenti, meglio per noi. “
Alla vacanza come piacere non ci avevo pensato. Devo ammetterlo, Lalla è pure filosofa.
Mi piglio le mie cinque coppie: Hieronymus e Beata, Benjamin e Margit, Nora e Gabriel, Caramba e Lisabet, Gunnar, il corteggiatore di Gudrun e quest'ultima, che deve, obbligatoriamente, rimanere con me, perché tanto Lalla ha già appreso lo svedese.
Si sono sedute lei e Gudrun, a cicalare sotto il pergolato di bukanville e respirando parole frammiste ad effluvi violacei, Lalla s'è appropriata di tutta questa nordica, barbara lingua. Pochi minuti le sono sufficienti per afferrare qualsiasi lingua, (unica eccezione, - le ci volle più di un'ora -, fu il Bergamasco).
Io nella linguistica sono più duro e prima dei tre giorni non riesco a rimaneggiarla, ovvio che lei ne approfitti, insultandomi.
- Caprone scornato! -, mi definisce spesso, senza che io me la prenda, perché sono sempre stato portato più per le materie tecniche.
Le sue coppie, Lalla, le incolonna con proverbiale efficienza padana. Innanzitutto le obbliga, - braccia tese e dita sulle spalle della coppia che precede -, a precise, regolari distanze.
Cavata, non so da dove, una bacchetta di flessibile, sibilante bambù, assesta, ai fianchi e ai gomiti, colpi secchi e precisi. In un batter d’occhio si forma una colonna più squadrata d’un plotoncino di panetti di burro olandesi.
Con occhi lampeggianti, precisa il suo pensiero turistico-filosofico:
“ La vacanza è si un piacere, ma un piacere disciplinato. Impara caprone! "
Poi, raccolta a crocchia la sinuosa onda dei capelli biondorossi, infila il casco, un casco luministico, con tante tacche residue dei gloriosi tempi motoristici e ordina l'Avanti March, ponendosi alla testa del plotone e intonando il canto del giocoso turista, da lei composto parafrasando l’inno dei marines:

Siamo qui per il piacer
Siamo qui per il goder
A noi ci piace divertir
A noi ci piace di gioir

Siam soldati del piacer
Siam soldati del goder
il piacere consumiam
e paura non abbiam.
e per questo combattiam

Non ci scappa il goder
Non ci sfugge il piacer
Noi si pippa il gioir
siam turisti dell'avvenir
E per questo combattiam

Come imparino tutti quanti, alla svelta, l’inno della felicità turistica, è per me un mistero, forse c’entra qualcosa la sua abilità con la bacchetta di bambù. Spariscono giù per il vicolo, in direzione della Casa sul Mare, l’alberghetto di Lalla, mentre l’eco dell’inno guerresco, muore tra le bianche terrazze di Procida.
Nel gruppetto rimasto scoppietta un'allegrezza impropria. Parlottano e scherzano tra di loro, il canto marziale li ha tutti eccitati e intuisco che fremono per lanciarsi, giù per i vicoli di Procida, alle spalle dei compagni, urlando e cantando, come loro, a squarciagola.
" Noi più lontano, trasporto non con piedi.. non fatica… noi andare sopra mezzo meccanico.. " Spiego loro e Gudrun, non so come, riesce a tradurre la mia koinè estero-turistica.
Comunque la traduzione funziona perché li vedo seguirmi, impazienti ed entusiasti, fino all'angolo del giardino-terrazza, dove spalanco il portoncino di un capanno, seminascosto dal fogliame.
Fluisce di botto un fiotto di luce abbagliante, che investe e stordisce i vichinghi.
“ Voilà ! “ Esclamo trionfante, mentre indico la fonte di quella luce, con la soddisfazione del prestigiatore che ha appena cavato dal cilindro, annodato ai fazzoletti, lo stupefatto coniglio.
Ma la meraviglia degli spettatori vira in evidente delusione non appena mettono a fuoco, che quell'abbaglio solare proviene da una ordinaria schiera di biciclette, allineate contro la parete del capanno.
Gudrun chiarisce le ragioni di questo repentino sbalzo d'umore: i suoi compagni e le loro pulzelle, s'erano immaginati uno spostamento rombante, sopra sfreccianti motociclette da cross.
M’indigno e sbuffo, come un battello a vapore del Mississipi.
Non lo sanno che a Procida si va solo a piedi o in bicicletta, che andassero a Capri se vogliono le moto, là ci stanno piste con le montagne russe che decollano dai Faraglioni per poi tuffarli in mare, da dove li ripescano con reti speciali da tonno. Oppure a Ischia, dove li sparano giù dalla cima del' Epomeo dritti sul fungo, roccioso, di Lacco Ameno.
Gudrun prova a calmarmi. Mi spiega che la bici, dalle loro parti, non la usa più nessuno, perciò mancano di allenamento, fisico e mentale.
Sbalordisco!
" Come? Non si usa più la bici? Neppure per andare nei boschi a cercar funghi? "
" I boschi, " mi racconta, rossendo vergognosa, " sono stati rifatti. Hanno bucato le piante per farci i garage. "
Sto per vomitargli addosso, ma mi accorgo del suo disagio e perciò decido di soprassedere. Dopotutto, nei confronti dei turisti, è buona politica non criticare troppo le pessime abitudini delle loro terre d’origine, tanto più che sono venuti a Procida a rieducarsi.
Tanto vale cominciare, subito, il programma, così ordino che ognuno di loro si scelga una bici.
La situazione si rivela, in effetti, molto più seria e grave di quanto pensassi. Questa semplice operazione, lungi dallo svolgersi secondo geometriche, normali, logiche spaziali, si risolve in uno scompiglio incredibile. Nel volgersi di pochi secondi, incastrano una bici nell'altra dando luogo ad una mostruosa scultura metallica, in cima alla quale ruota, veloce e silenzioso, un manubrio, chissà come reso indipendente dal resto.
Finalmente riusciamo a partire.
Una coda lucente, che sbanda paurosamente, zigzagando a serpentina, percorre lentamente il bel viale, fiancheggiato dal glicine, che precede la discesa di San Rocco. Ma si rompe quasi subito, perché uno dei vichinghi, dopo ripetuta sfida all'ostinazione del muro, finisce a terra.
" Ascolta! " lo istruisco paziente, con l’aiuto di Gudrun, che mi ricorda il suo nome, per la verità un nome parecchio curioso, per un nome vichingo.
" Devi pensare alla bici come al futuro. Puoi starci sopra solo se la proietti in avanti, senza fissare il terreno, dimenticando la gravità e il tuo peso. E' così che il tuo corpo e il tuo spirito si troveranno in sintonia, raggiungendo un perfetto equilibrio, a prova di terremoto. "
" De acuerdo, Senor. " mi risponde lui.
" Come hai detto che si chiama? " chiedo a Gudrun.
" Caramba."
" Sicura che è svedese? " " Sicurissima! "
Sarà! Il dubbio mi rimane, anche perché sulla testa di questo strambo vichingo trionfa, in luogo del copricapo d'ordinanza stanza da letto, un sombrero, talmente ampio, da ospitare, comoda, una famiglia di gabbiani. Per di più, in un angolo, la scritta Ikea vi oscilla a forma di amaca ben tesata.
Ripartiamo in fila indiana, per modo di dire, perché un serpente biciclato, stridente e scalciante, rischia ad ogni istante l'impatto brutale contro i malcapitati passanti. Per fortuna, la gente si scansa prontamente, sa che questi sono sprovveduti, che vengono da fuori e non sanno le bici.
Poi ci cattura la discesa di San Rocco. In vertigine di tromba d'aria, rimbalzanti tra la via e il marciapiede, ci scaglia giù per i lastroni irregolari, dentro il budello ormeggiato in alto, tra i vefi dei severi casati, così superiamo d'un balzo piazza di Callìa e arriviamo, come frecce scoccate da balestre potenti, superando le mura dei suoni, al palazzo del Mamozio.
Dove, svoltando mi accorgo, che mancano il sombrero e il suo proprietario.
Non indugio oltre, abbandonati gli altri al loro pedalante destino, torno indietro, il più veloce possibile.
Lo ritrovo alla Coricella. Per fortuna non è caduto in mare, ma giace stordito, anche se intatto, in cima ad una collina compatta di reti da pesca. Accanto, la bici, anch'essa impigliata nelle reti, ancora vibra, come vela d’argento.
“Mucios Gracias!” esclama, risistemandosi il sombrero, colmo di granchi, recuperatogli dai pescatori.
Sarò negato per le lingue, ma per me questo qui non è svedese.
Ritroviamo il gruppo alla Marina. Indeciso sulla direzione da prendere, gira ossessivamente attorno alla chiesa, come catturato da un'attrazione fatale.
Riprendo il comando. Li strappo da quell'angusto cerchiato orizzonte e li guido all'ampia, lunghissima, spiaggia delle Grotte, dove li sento sospirare, sollevati e contenti. I poveretti si credono vicini alla meta, perché mi hanno visto posare il piede a terra.
“ Bici in spalla! “ ordino e sollevata la mia bici comincio a correre agilmente sulla spiaggia. Dopo un attimo di drammatica incertezza accennano a seguirmi, ma quasi subito si scompongono a chiazze irregolari e disperate, che sotto la calura di giugno, spumeggiano sudori fontanella. Trascinando le bici, tra i corpi rilassati e freschi dei bagnanti, m'ingiuriano nello slang delle foche incazzate, di cui Gudrun mi risparmia la traduzione.
Solo Caramba mi benedice in una lingua a me più comprensibile:
“Maldito, usted es un cancer del culo! “.
Li aspetto all'inizio della scalinata che immette in via del Faro. E' stretta e ripidissima e sono obbligati ad arrampicarvisi con la bici in spalla. Guadagnata la via, anche se li scorgo sfiniti e distrutti, non demordo, ne mi lascio impietosire:
“Bici a terra! Culi in Sella! Via pedalare! “ Strepito come un ossesso, è la parte che mi piace di più.
Così imparano! Altro che bucare le piante per farci i garage.
Ora percorriamo una viuzza strettissima, a strapiombo sul mare, priva ai lati di protezione. Caramba l'ho legato alla canna della sua bici e l'altro capo, della corda, alla mia sella. Non voglio rischiare che mi voli in mare. Qui le correnti, molto forti, lo trascinerebbero fino a Cuma.
Risaliamo, tra i giardini e i vigneti del Cottimo, la collina più alta, dove ci aspetta Francesco, contadino bislacco, con i bicchieri colmi di vino. Il suo, è un vinello ammaliante, che rende la fatica e la testa più ariose e leggere.
Lalla mi ha obbligato ad introdurre questo momento ludico. Non potendo sottrarmi, il capo è lei, ho posto una condizione: i bicchieri vanno afferati e svuotati al volo, senza posar piede a terra.
Non è un'impresa impossibile e infatti anche questa volta la conducono a termine tutti quanti. Anche Caramba, che furbetto s'è fatto riempire il sombrero. Gunnar e Gudrun sono i più svelti: in un lampo svuotano tre bicchieri a testa, sotto lo sguardo ammirato di Francesco.
Dopo tutti mi superano e cantando, schizzano giù per la discesa, disegnando traiettorie cubiste.
Caramba, tuffata la faccia nel sombrero, la solleva gocciolante freschezza avvinata e mi sorpassa ridendo un riso beato. Ha i piedi allungati sul manubrio e la sua bici sobbalza, cavalla bizzarra. Scompare al di là della curva lasciandosi alle spalle le note ad inciampo di un'allegra canzone:
“Vamos a la Plaja oh oh, vamos alla plaja oh, oh.. "
Ancora si ode, squillante, il suo: " Mucios Gracias Senor “, quando un tremendo fragore di ferraglia aggredisce il cielo e un'altra torre, fatta da un groviglio di ruote, di gambe e di facce, sorge istantanea a rivaleggiare con la Torre del Pozzovecchio.
Gunnar e Gudrun, sotto a tutti, abbracciati, fanno da base, e non paiono per nulla ansiosi di districarsi. In cima Caramba, la testa infilata tra i raggi di una ruota, risplendenti come una santa aureola, ha un'espressione di totale, rapita beatitudine.
Il proprietario della Torre, un giudice, mi fa notare alcune abrasioni dell’intonaco e un reperto archeologico, un manubrio da bici, emerso dal muro.
“ I danni sono gravi. “ dice con accento grave, “ Però c’è prescritto l’indulto e posso farle lo sconto.”
Gli consegno il nostro biglietto.
" Ma qui sta scritto: - Carcere di Procida - ."
" E' la sede della nostra Organizzazione."
" Credevo fosse chiuso."
" L'abbiamo noi, in consegna provvisoria. Sa, per valorizzare il turismo."
Arriviamo senza più incidenti alla Casa Giovanni da Procida, il mio piccolo albergo.
Assegno le camere e poi vorrei riposare. Anche se appena le quattro del pomeriggio, sono sfinito. Però Gunnar e Gudrun, ancora su di giri, vorrebbero andare a ballare.
Allora, per levarmeli di torno mostro loro, il tip tap procidano.
Si può ballare ovunque, bastano un tavola in legno, in giardino ce n'è una robusta e due polipi sotto i piedi. Così abbandono i due ballerini alle loro evoluzioni e finalmente mi abbraccia il dolce Morfeo.
Più tardi, un vago ronzio, che si rivela come l'eco di un malinconico canto, mi obbliga a riemergere alla coscienza. Vado alla finestra e scorgo, sopra la cupola di San Antonio, in piedi sotto la luna, Caramba ( come ci sia arrivato lui solo lo sa ). Con il sombrero alto, rivolto alla luna, canta, malinconico:
" Adiós a mi corazón, por qué no puede el alma... "
Lisabet, l'ascolta, raccolta adorante ai suoi piedi.


II Giorno
Mattino: Colazione. Visita e saluto al consiglio comunale di Procida. Pranzo. Pomeriggio:Visita all’Abbazia. Cena. Serata libera.


Il sonno come sempre mi ha rigenerato. In realtà, per me e anche per Lalla, non si può parlare di vero e proprio sonno, è uno stato di tranquilla incoscienza, nel quale ci crogioliamo, come le piante quando si abbandonano, dopo un'arida giornata, alla consolazione della pioggia. (La coscienza è in noi servitù di fuoco vitale, che solo nel riposo fluisce libera come l'acqua).
Sono le cinque del mattino e ancora un po' galleggio, godendo, nella visione di quel che viene accadendo, in quest'ora da panettiere friulano, alla Casa sul Mare.
Il trombettiere (assunto da Lalla) ha dato la sveglia dal campanile delle Grazie alle cinque e mezza con tre squilli sofferti e prolungati, più appropriati al risveglio dei morti, nel giorno del Giudizio, che ad un'escursione turistica.
Lalla, pronta dalle quattro, trascorsi scarsi dieci minuti, marcia sulle stanze, dove entra, come una specie di Erinni, stravolta.
“ Giù dalle brande!!! “ Urla, strappando ai poveretti le coperte. Poi li ribalta dai materassi e spalanca le finestre. Concede solo pochi minuti alle cure corporali, prima di raggrupparli sulla terrazza, semivestiti e balbettanti, neanche fosse Caron dimonio pronto a traghettarli attraverso lo Stige fumante.
E nuovamente comincia un'altra sacra spiegazione di cui, ovviamente, nessuno, a quell’ora, sente il bisogno.
“ Osservate, con attenzione, il divenire del Bello, ora che siete ancora nel tempo. Quello è il Vesuvio e quell’ombra laggiù sull’orizzonte, tutta torta, a forma di capro puzzone, è l'isola di Capri ..”
L’affaccio sul mare della Coricella è magnifico nella notte, che piano schiarisce la macchia dell’alba che dal cielo vesuviano spiove e si allunga, guizzando rosata, fino al mare sottostante, prigioniero del piccolo porto.
Chissà se l’ascoltano. Non fa freddo, ma una brezza fresca stuzzica gli stomaci vuoti, però guai per chi osasse dimandare la colazione, verrebbe punito e obbligato al digiuno fino al termine dell'escursione.
Io non sono così feroce e uso ridestare i miei ospiti con metodi assai più comprensivi e gentili.
Passo di stanza in stanza, con un cellulare che incorpora sibili, fragori e rombi delle peggiori tempeste degli ultimi anni.
I pargoletti dormienti, all'udire quei terrificanti frastuoni, respirano affannati, annaspano nel vuoto stringendosi ai cuscini quasi fossero divenuti tavole salvifiche. So, che si stanno contemplando nel mezzo di un naufragio, preda di onde feroci e implacabili.
Finalmente aprono occhioni terrorizzati e balbettano frasi incomprensibili.
“ Buon giorno. Dormito bene? “ Mi presento con il mio più bel sorriso bianco sorridente. Anche se mi manca qualche dente e negli spazi vuoti s'insinuano scorci di nero, inquietante.
" Sono le sei. Colazione alle sette. Mi raccomando puntuali. “
I naufraghi schizzano fuori dal letto, come fosse divenuto una trappola mortale, senza alcun desiderio di ritornarvi.
Serviamo una colazione procidana doc: una oscura miscela di limone, fichi d’india e carciofi triturati nel latte, di caffè solo un goccio.
Anche questa è una invenzione di Lalla. Sostiene che il limone e il carciofo, aiutati dal fico d’india, stringono, mentre il latte slarga, così i corpi ricevono un armonico equilibrio e durante l’escursione non ci toccano soste forzate, dovute a bisogni impellenti.
Tutti annusano entusiasti il misterioso preparato, ma lo ingurgita solo Caramba, che poi si allontana di corsa, il sombrero pressato alla pancia.
Con Lalla l’appuntamento è alle 7,45 davanti al Municipio e non voglio ritardare neppure il minuto, altrimenti me lo rinfaccia per tutto il giorno. Perciò spingo il gregge nel mezzo della ressa pedonale, badando di non perderne nessuno. Solo Gudrun e Pedro camminano appaiati mano nella mano, quei due si sono proprio presi, non mirano alla strada, ma alla pozza degli occhi loro. Incespicando ad ogni passo, finiscono col travolgere un vecchietto, che li bastona, senza che loro neppure se ne accorgano. Gli altri, intanto, attratti da un paradisiaco, irresistibile, olezzo affluiscono in massa nella premiata pasticceria Mazziotti. Per riportarli sulla retta via sono obbligato ad acquistare a malincuore (so già che Lalla troverà il modo per addebitarmele) le "lingue procidane", prelibatezze locali.
Con quel sacchetto, che profuma e promette dolcezze, alto e visibile, traggo a me, come il magico pifferaio di Harlem, gli ammaliati nasi vichinghi.
A San Giacomo ci raggiunge un corteo di cani guidato da Artemisio, un bassotto nero e furbastro, che conosco da una vita.
" Dacci quei dolci.! Mi baccaglia in allegretto, seguito dal coro, replicante con brio, dei suoi.
" E perché mai? " M'indispettisco.
" Stai lontano, altrimenti ti scalcio sui denti! " Intimo ad Artemisio, che si è fatto proprio sotto e per quanto bassotto, pare sul punto di spiccare un salto per afferrare il sacchetto.
" Stai sincero. " replica il bassotto, trotterellando tranquillo al mio fianco. " So che ti tenta di lasciare a loro, di queste squisitezze, solo il profumo sui nasi."
Indica i miei escursionisti, che mi seguono dappresso, a passo svelto, gli occhi lascivi, golosi, ma non di paesaggio.
In effetti quel bassotto mefistofelico mi conosce fin troppo bene. Il comune ormai non è distante e il mio braccio, forse per stanchezza, s'abbassa di quel tanto che consente ad Artemisio di fare la sua bella figura da predone opportunista. Un saltello e il sacchetto s'invola, con tutta la banda baccagliante, in direzione di Callìa, dove al solito avviene la zuffa spartitoria.
I vichinghi, neppure hanno la forza di inveire contro la banda predatoria e si rilassano, rassegnati e delusi. Perciò arriviamo al comune, puntuali, ma in sparpaglio di gregge, sotto gli occhi commiseranti di Lalla che ha già schierati i suoi, davanti all’ingresso, sull'attenti militaresco.
" Sbrigati! " Mi ordina, sgarbata e aspra, tanto per cambiare.
" Mettili in seconda fila. Le autorità stanno per arrivare, vediamo di non fare la solita figura, per colpa tua, di un'armata - pezzatulla - di sciancati."
Le bande impiegatizie, intanto, arrivano a folate, in bici, moltissimi anche a piedi. Entrano, nel grande edificio municipale, saltellanti, allegri ed energici, come atleti, che riscaldano le membra prima di compiere epica impresa sportiva.
Le ampie vetrate, imperiali, del severo edificio, che annettono pezzi di mare e di cielo alle mura pittate di rosa e d’azzurro, risvegliano, nei nostri vichinghi, tenace ammirazione.
Alle otto meno cinque, si presenta la giunta, al gran completo.
Alle spalle di un vigile, in grande uniforme, che porta lo stendardo del comune di Procida, marcia il sindaco, fasciato tricolore, altissimo, solenne e ritto, come un tribuno che si prepara a dialogare, paterno e severo, con il suo popolo. Lo segue il vicesindaco, più piccolo e rotondo, che trotterella, portando con sé, s'intuisce, il carco pesante di una grande sapienza giuridica. Poi tutti gli altri, in religioso corteo, consiglieri di maggioranza e di opposizione. Spiccano, tra i raggi del sole, le belle facce, probe e rigorose, che paiono ritagliate da un quadro, dal sapore antico, raffigurante il senato romano.
Prima di entrare il sindaco, levata la mano benedicente, saluta i commossi visitatori delle desolate plaghe del Nord.
Alle otto e zerosecondi, mentre una campanella, sbatacchiando allegra, scandisce il segnale d'inizio lavoro, varchiamo, finalmente, la sacra soglia del santuario procidano del pubblico bene.
Un vigile, gentilissimo, ritira all’ingresso tutti i copricapi.
Saliamo scale più ampie e più alte della stazione Centrale di Milano. Davanti, naturalmente, c’è Lalla, io chiudo il gruppo, preceduto da Caramba e Lisabet.
Caramba, le labbra posate a farfalla sul' orecchio perlaceo di Lisabet, gli mormora assillante:
“ Mi amor, mi dulce corazon, usted es el pastel de mi vida.“
Gli intimo di tacere.
Non sente, laborioso, il silenzio traboccare dall’edificio comunale, le voci in forma di sussurri discreti, il ronzio dei computer e delle stampanti sciamare, musicale, per i corridoi, evocando la religiosa regola da noi imposta all'isola: “ Not orat, but laborat “. Gli ospiti sono ammirati da tanta, incredibile, efficienza. Gudrun sussurra a Lalla che dalle loro parti, in Municipio, alle undici ancora vagano, dispersi tra i corridoi, alla ricerca di ciance nelle quali inzuppare il caffè.
“ Poveretti voi, ma come fate? “ si stupisce Lalla, fintamente scandalizzata.
La sala consigliare è ampia e accogliente, la giunta e i consiglieri li attendono seduti attorno ad una brillante tavola semirotonda.
“ Come cavalieri di re Artù. ” Mormora, sgomenta, Gudrun e neanche le avesse letto il pensiero, il Sindaco si alza:
“ Signori, rendiamo omaggio alla bellezza delle gentili signore, nostre ospiti graditissime e alla stupidaggine, certamente involontaria, dei loro accompagnatori.”
Tutti i consiglieri s’inchinano, cerimoniosi. Quindi, non so da dove, estraggono, con gesti eleganti, corone intrecciate di aranci e limoni, che infilano al collo delle deliziate, stupefatte, vichinghe.
“ Come nelle isole boreali. “ commenta Gudrun, estasiata.
Il volto di Lalla, per un attimo, illumina perlacea soddisfazione. Per forza, è un'accoglienza da lei studiata fin nei minimi particolari.
Un battibecco tra un consigliere e Caramba, il quale vorrebbe lui incoronare Lisabet, è subito sedato da Lalla. Basta un'occhiata severa e Caramba s'acquieta.
Poi tutti siedono. Gli ospiti sprofondano in comode, gioconde, poltroncine, schierate davanti allo straordinario consesso, al di là del quale, la gigantesca vetrata sperpera la visione del mare stupendo, anch’esso sdraiato, in comoda attesa, contro la roccia bruna del Monte di Procida.
Solo il sindaco torna a svettare fieramente, quasi pino svedese, mentre Gudrun si pone al suo fianco per tradurne il discorso. Gli arriva alla cintola e lo guarda all’insù, come guardasse la luce, quando monta ad Oriente.
Gunnar si torce le mani, geloso di quel bel fiore, latino, abbrunato.
“ Gentili, Cortesi, Amabilissimi Ospiti, voglio innanzitutto porgervi a nome dei miei concittadini e di tutto il Consiglio Comunale qui presente al completo, un sentitissimo saluto di benvenuto. “
S'inchina, imitato dai consiglieri, che di nuovo si alzano e di nuovo, cerimoniosi, s'inchinano. Quindi tornano a risedersi.
“ Siamo felici di accogliervi in questo nostro giardino di beatitudine, dono del cielo, " Lalla lo fulmina con un'occhiata, più rapida di un pungiglione di vespa, che solo io e il sindaco possiamo cogliere, " ma... soprattutto dono della terra, chiamato Procida. Ci auguriamo diventi per voi, figli delle aride steppe del Nord, visione di stupefacente, anche se transitoria, consolazione.
Con grande favore, abbiamo accettata la vostra richiesta di assistere ad una seduta del nostro Consiglio Comunale, perché ben conosciamo le difficoltà dell'apprendimento di un corretto esercizio delle facoltà democratiche.
Anni fa eravamo nelle vostre degradate condizioni e guardavamo ai Nord, per sciacquarci negli esempi di una vita civica virtuosa. Poi qualcuno ci ha costretti .." Un altro battito di palpebre, minaccioso, impastoia l'oratoria del sindaco.
" Volevo dire... qualcosa ci ha costretti... per esempio i cambiamenti climatici, a comportamenti diversi ed ora eccoci qui, modesti, ma mirabili modelli di democratica, ecologica, scienza, che tutto il mondo ci invidia, corre ad ammirare e a copiare. “
Gudrun traduce con grida asperrime, che comunicano, all'affluente discorsività della massima autorità procidana, la risonanza d’un antico rito misterico, calato dalle foreste del nord a bagnarsi nel blu, dipinto di blu, del mare nostrum.
Il sindaco conclude il suo breve, ma caloroso, saluto illustrando la problematica che verrà discussa dal gran consiglio: Il Piano Colori. Si tratta di definire i colori più confacenti al paesaggio urbano e naturale dell'isola.
Ma il capo dell'opposizione, Marina Fumantina, chiede la parola.
E' una bella signora, morbida e arcuata, di facili polemiche, ma quasi sempre giustificate.
La Fumantina deplora la grave violazione, da parte del Sindaco e della maggioranza, dell'articolo 59 del regolamento comunale, il quale obbliga ad accogliere gli ospiti con la Banda Musicale dell’isola.
Fortuna che c’è, costruttiva, l’opposizione.
Ad un suo cenno, i consiglieri dell’opposizione si alzano e arretrano.
Da sotto la tavola sbucano in processione i musici, armati dei loro strumenti: grancasse, tamburi, trombe, tromboni, pifferi e flauti. Girano intorno alla sala eseguendo un inno del Nord, struggente e famosissimo: “ Tornate renne al nostro nido“.
Gli ospiti sono commossi, Gudrun non trattiene le lacrime e il sindaco, premuroso, dispiegando un fazzolettone con impresso lo stemma di Procida, le asciuga. Sotto gli occhi di Gunnar, anch'essi umidi, ma più gelosi di quelli di un gatto francese.
Poi la banda esce di corsa, dalla sala, eseguendo una marcetta allegra: “ Su, su, andiam, andiam! Andiam nel bosco a cazzeggiar “.
Si apre, finalmente, il dibattito, attorno alla cruciale questione. Come dotare l'isola dei colori più adatti ad esaltarne le forme? Senza che queste tracimino in macchie scoppiettanti, fantastiche ma eccessive, o al contrario si addormentino, coricate sopra un piattone omologante.
Ad illustrare la posizione della maggioranza sarà l’assessore Capezzolo.
L'assessore è un bimbetto dal moccio che cola, impudente e discontinuo, dal suo naso, senza che ciò impedisca a Capezzolo il maneggiare la parola, come un moschettiere la spada.
"Innanzitutto," precisa, " i colori non sono un obbligo, i cittadini mantengono il diritto di pittare la casa come meglio gli pare: nera, bianca, a fiorellini, a chiazze o compatta, arlecchinante o a pulcinella, trasparente od opaca. Insomma, anche nel colore, la libertà del cittadino rimane intangibile, ma è dovere di una efficiente amministrazione suggerire quali siano i colori, che meglio esaltino la bellezza dell’isola.
L'apposita commissione comunale, a seguito di uno studio accurato, propone due colori: il Rosapoppone e il Celestinscopetta. Il primo destinato a tinteggiare le zone storiche, il secondo gli edifici più recenti, sparsi per tutta l'isola come cacatelle stralunate."
L’assessore, tira su, con fragore, il moccio e con la manica si netta il naso, energicamente. Poi prosegue e approfondisce i significati della proposta elaborata dalla maggioranza.
" Il Rosapoppone, per la Terra Murata, la Corricella, la Marina, la Chiaiolella, è indubbiamente il partito colorato più consono. Rende questi luoghi partecipi del mondo, senza che essi cedano all'attrazione della gravità. Ne viene ai vefi, alle volte e ad altri orifizi arcuati, carichi di storia, pensosità di passate glorie, che rinfranca e rinnova l’attitudine dei procidani per gli avventurosi commerci.
Il Rosapoppone, inoltre, nel suo vigore pompeiano e maremmano, impasta negli edifici una potenza poetica, che si esalta nei tramonti procidani. Perciò, è risaputo, il Rosapoppone è molto apprezzato dalle procidane, in quanto stimola, nei loro uomini, romantiche sonatine di piffero,.
Il mare, poi, ha con il Rosapoppone relazioni adultere. Lascivo l’accoglie ed insieme rotolano sui basoli, abbandonandosi, senza pudore, ad accoppiamenti fantastici, tra le grida di rimprovero dei severi gabbiani.
Invece il Celestinscopetta, con la sua timida, discreta, tranquilla riservatezza, ben si adatta all’Olmo, a San Antonio, a Solchiaro, alla Starza e a tutti quegli altri luoghi dell'isola, più interni, raccolti ed intimi.
Nessun colore, come il Celestinscopetta, nobilita ed abbellisce i caseggiati, immersi nella natura gentile, lasciando i loro abitanti bendisposti al progetto di una vita cortese, che non muti i diverbi in fazioni, confliggenti, rancorose.
Allaga i vicoli, gli orti e i giardini, ricopre le cubiche case, liberandole dalla schiavitù della superficie e predisponendole a fumatine celestine, svelte e leggere, rivolte al cielo."
Conclude l’assessore Capezzolo, con un appello all’opposizione, perché su questa delicata questione, essa non disputi, sterilmente, a caccia di squillanti, inutili, contrapposizioni, ma per il bene, del bello, del paese, converga e approvi le sinfoniche, magiche, pennellate, or ora esposte.

I vichinghi hanno ascoltato, ammirati, questa profusione di colori sconosciuti, anzi qualcuno tra loro, cullato dalla voce profonda e suadente dell’Assessore, s’è addormentato, accompagnando l’elenco delle qualità del Rosapoppone e del Celestinscopetta con ritmate sonorità.
Lalla estratta la sua bacchetta riporta al presente il colpevole che si riscuote e ringrazia:
“ Mucios grazias Senor, istà muy bien esto’ color.”
Salta su Marina Fumantina. Ha tra le mani il sacchetto blu, da me reperito a San Giacomo.
" Signor Sindaco, com'è possibile parlare di piano colori, quando la nostra isola viene lordata da questa immondizia."
Sventola, come una trionfante bandiera, il sacchetto, sotto gli occhi allibiti di tutti i consiglieri.
" In effetti , " il sindaco appare confuso e disorientato, " riconosco che c'è una contraddizione. Ma il nostro assessore al decoro urbano, Cristallina Di Candida, potrà chiarire quel che è successo."
" Il sacchetto in questione, " spiega l'assessore, una ragazza talmente esile da risultare inspiegabile sia dotata di voce, " ci era già stato segnalato, alle cinque del mattino, vagolante nei pressi della Madonna della Libera. L'operatore, da noi subito attivato e inviato celermente sul posto,
non trovava più l'indisciplinato oggetto, che furbescamente si era, evidentemente, spostato nel luogo dove poi è stato rinvenuto."
" Il consigliere dell'opposizione si ritiene soddisfatto? "
" Grazie, signor Sindaco. A nome di tutta l'opposizione mi dichiaro soddisfatta dei chiarimenti or ora apportati dall'assessore Di Candida. Per il futuro evitiamo, però, che incidenti del genere si ripetano. Ne va dell'immagine dell'isola.
Tornando al piano colori, avremmo voluto suggerire la sostituzione del Rosapoppone con il Rosasculetta, ma per dimostrare che l'opposizione non è prevenuta e giudica sempre nel merito le proposte della maggioranza, accettiamo il Piano Colori esposto, con grande efficacia, dall'assessore Capezzolo."
Esplode l'applauso convinto di tutti i consiglieri e degli ospiti vichinghi, abituati nei loro Consigli a ben altri, incresciosi, spettacoli.
Solo io, sono deluso. Una bella lite tra maggioranza ed opposizione non mi sarebbe dispiaciuta.
Prende la parola, per le conclusioni, il sindaco.
" Gentili ospiti, consiglieri di maggioranza e della minoranza, noi abbiamo qui davanti la delegazione di un paese preda di una disperata arretratezza civica. Un paese, dove il capo del governo è stato inquisito per aver portato il suo cane a fare cacchine nel giardino del Primo Ministro. Un paese prigioniero del malaffare, della corruzione, delle disuguaglianze, dei privilegi di caste e di cricche, dove i ciucci governano e si bastonano i meritevoli. "
Sfiora il soffitto della sala la luminosa capoccia del sindaco, mentre accende i cuori la sua appassionata parola.
Gudrun vorrebbe rifugiarsi sotto la sua giacca, incatenarsi alla sua cinta, solo lo sguardo geloso di Gunnar e la sua, istituzionale, funzione di traduttrice la trattengono. Ma intanto piange, nel tradurre questo realistico ritratto del paese suo e con lei piangono tutti i vichinghi, in modo così lacrimevole e disperante, che la pietà del Sindaco, uomo dal cuore imburrato, smotta. Commosso, riprende a parlare.
" Eppure malgrado tanta disgraziata inciviltà nei costumi, costoro," indica Gudrun e gli ospiti, affranti, " hanno trovato il coraggio di vagabondare, alla ricerca di un luogo che concimi il loro desiderio di miglioramento.
E dove, cari consiglieri della maggioranza e della minoranza, pensate che siano approdati per soddisfare questa legittima ambizione? Dove credete abbiano cercato la luce di una stimolante, progredita civiltà?
Forse nell’illuministica Parigi? O nell’abbagliante Londra, nella vitalistica New York, nella fumettara Amsterdam? O forse qui, nella nostra bella Italia, indecisi tra la vanesia Milano, o l'eterna baldracca, Roma?
No! In nessuna di queste famosissime città. Questa luce l’hanno trovata qui a Procida, un luogo incantato, che tutto il mondo ci invidia. Perché la bellezza, come dicevano gli antichi, non si è limitata alla poesia dei luoghi, ma si è anche incarnata nella civiltà dei costumi.
Ed allora carissimi consiglieri, salutiamo questi coraggiosi figli del Nord, augurandogli di portare nel loro paese, se gli sarà permesso, l'esempio di questa nostra stupenda civiltà. "
Esplode un’applauso entusiasta, crepitante più dei mortaretti all’ultimo dell’anno.
Tutti vogliono abbracciare il sindaco di tutti noi. Gudrun gli salta addosso e gli scava, con la lingua fin dentro la gola, un pozzetto di delizia. Tutti se lo baciano e se lo stringono, neanche volessero rubargli la dolcezza profusa nelle parole. Anche Gunnar, superata la gelosia, gli schianta due affettuose pacche sulle spalle, che sfonderebbero un muro cinese.
Caramba gli regala il suo sombrero: " Bravo, buen discurso, muy picante. "
Solo io me ne sto in disparte perché penso, si fa presto a dire - Pitto qua! Pitto là! Lustriamo la bellezza! Alleviamo la civiltà! - Ma poi chi deve pagare, pagherà.
Non guardo in faccia a nessuno, io.
Non come Lalla, che s’è ammorbidita, anche se cerca di non darlo a vedere. I suoi capelli rossi baluginano, intermittenti, come succede quando lei è contenta. Pizzica, persino, profittando della confusione e credendo che nessuno la noti, i glutei più solidi e autorevoli dell’isola.
Ed ecco la banda musicale rientrare nella sala consigliare, marciando.
Il trombettiere esegue l’assolo: “ Mai più faremo l'amor, senza color “, che chiude la solenne Assemblea.


Pomeriggio: Visita all’Abazia


Nel pomeriggio, dopo pranzo, mentre saliamo all’Abbazia, in fila indiana, le pance soddisfatte in leggero subbuglio, chiedo a Lalla, fingendo indifferenza, se ricorda che è proibito famigliarizzare, eccessivamente, con le autorità comunali.
“ Lo sai bene che possono interferire negativamente con il nostro lavoro! “ Aggiungo sibillino.
“ Non so di che parli. “
“ Ti ho visto con il sindaco. “
“ Ed allora? Rapporti diplomatici. Con loro dobbiamo collaborare.”
La guardo, proprio come lei si aspetta che io guardi: un deficiente che guarda.
“ Che c’entrano i rapporti diplomatici? “
“ Appunto, che c’entrano? Ricordati che sono un tuo superiore e tu non sei informato su tutte le complesse modalità delle escursioni. “ Dice lei, riguadagnando la testa della fila, che arranca salendo verso l’Abbazia di San Michele.
Quella frase, buttata là, con studiata noncuranza, sulla mia presunta ignoranza, mi preoccupa un poco.
Davanti all’Abbazia ci aspetta Myriam Nonsapeteunbelin, nostra scenografa, esperta in ricostruzione di eventi, piccoletta funambolica dalla testa variopinta d’idee, come i capelli, pittati in svariati colori, tanto che paiono un cespo di frutta.
Con Myriam Nonsapeteunbelin, ci spostiamo alla Strafatta, terrazza panoramica, così soprannominata, perché regala una bellezza esagerata.
Ora non voglio dire di più sulla Strafatta, perché pare che bagni la penna nell’interesse del nostro. Dico soltanto che questa terrazza, che sta tra la Chiesa antica e il Castello, invita lo sguardo al galoppo sul mare fino al Vesuvio, tanto che ora devo trattenere i vichinghi dal buttarsi di sotto, perché, ubriachi di luce, si credono ippogrifi capaci il volare sulle onde del mare.
Lalla non svolge la “Spiegazione”. Qui non c’è nulla da spiegare, qui c'è solo il godere, che proprio non si spiega ed allora è Myriam Nonsapeteunbelin a declamare del Barbarossa, il pirata più feroce che mai ci sia stato da queste parti.
“ Immaginate il mare qua sotto riempirsi di vele e navi piratesche, il Monte di Procida là in fondo che brucia, le donne, qui raccolte, che gridano disperate. Gli uomini armati sono alla porta d’ingresso, pronti a respingere gli assalti. "
A Miriam Nonsapeteunbelin i capelli s’illuminano e accendono. Come un girevole proiettore teatrale, inviano lampi di luci colorate giù sulla superficie del mare, che s'impenna e solleva, e si agita compatta, come fosse divenuta un gigantesco tendone blu di quelli che a teatro nascondono la scena. Non c'è che dire Myriam è proprio brava.
Si gonfia ed oscilla questo tendone fino a lambire la terrazza, costringendo i nostri ospiti ad arretrare, poi di nuovo s'abbatte e ritorna liquido mare, fitto di vele, popolato di navi, dalle quali si levano grida violente.
Il Monte di Procida brucia realmente, nuvole nere di fumo si alzano e rotolano nel cielo oscurato.
Ed eccolo qui il Barbarossa, davanti a noi sulla terrazza, canta e sghignazza. Mette paura solo al vederlo. E per forza non è una copia, ma l'originale, vorrei vedere in quale posto al mondo se lo possono permettere.
Ha la zucca bitorzola, gli occhi da gufo, i capelli rovi ingarbugliati, il naso schiacciato, la bocca sdentata e raminga la lingua. La barba, infuocata dal rosso che gli ha offerto la fama, ospita un criceto e quattro generazioni di scarafaggi. Però le sue gambe sono dritte, le braccia forti e la sua voce si sente anche a Gibilterra, dove finisce il Mediterraneo.
" Voglio una vergine ." Smoccola, cantando rabbioso il pirata, " anche se non procidana."
Questa variante, introdotta da Myriam, è geniale, perché sempre tra le nostre ospiti, anche se nessuna possiede il requisito richiesto, serpeggia il fremito di una piacevole, desiderante, paura.
" Prendi me. " Dice Gudrun, offrendo al pirata il petto abbondante.
" Zoccola! " La rimprovera Gunnar.
" Lei non è vergine. Eccomi! " Dice, il viso esaltato da martire, sopravanzando Gudrun, Lisabet, in italiano. A noi tre la cosa non meraviglia, succede durante queste visioni.
" Puta! " S'indigna Caramba.
Le due donne stanno per azzuffarsi, tra loro e con i loro uomini. Lalla batte tre volte le mani e la visione svanisce, il mare ritorna vuoto e sereno, tranne per un peschereccio che ripercorre tranquillo la sua scia, a sua volta seguito da un nugolo di gabbiani.
Gudrun e Lisabet si scusano e s'abbracciano. S'abbracciano, chissà perché, anche Gunnar e Caramba.
Ma il Barbarossa è rimasto al suo posto. Seduto sulla ringhiera della terrazza, indifferente al rischio di cadere e sfracellarsi contro le rocce, si spulcia la barba.
" Io che faccio? " Chiede, annoiato, a Myriam.
" Sei ancora qui. Aspetta un momento. "
Lalla si scusa con Myriam.
" Mi spiace, " dice Lalla, " ma ho dovuto interrompere. Stava per succedere un casino."
" Lo so. Hai fatto bene."
" Mi spiace, anche perché la rappresentazione stava riuscendo perfetta. "
" Io ci avrei aggiunto un po' di sangue."
" Taci tu! "
Mi zittiscono entrambe, all'unisono. Se la intendono una meraviglia quelle due.
Si salutano, fronte contro fronte, accarezzandosi i capelli.
" Ci vediamo di sotto. " Dice Myriam.
" Andiamo! " Ordina poi al Barbarossa.
Quest'ultimo, docile, s'inchina poi, insieme, scavalcano la ringhiera e spariscono alla vista del gruppo.
Terrorizzati, i vichinghi accorrono, giusto in tempo per scorgere i due infilarsi, chissà come, tra le strette sbarre in ferro d'una feritoia del castello.
" Ma non si sono fatti niente." Si stupisce Gudrun
" Sono allenati. " Dice Lalla, scrollando, indifferente, le spalle. " Andiamo, ora. " Aggiunge riprendendo il solito, sgradevole, tono da comando.
" Dobbiamo visitare il carcere, prima che faccia notte. "
" E la chiesa? Non la visitiamo? "
" A quest'ora è chiusa. Vero Passilio?"
Una volta tanto siamo d'accordo.
" Chiusa, per lavori in corso." Dico con un accento perentorio che non ammette ulteriori repliche.


Quando arriviamo davanti al carcere è l'imbrunire.
Ombre desolate s'allungano sulla rocca imponente. Il gregge vichingo al vederla perde la sovrana allegria e cerca il coraggio raggruppandosi come fanno le rondini, durante il volo autunnale.
Dalla massa tufacea proviene un calore infernale, che trasforma tutti quanti, con l'eccezione mia e di Lalla, in fontanelle sudoracee.
Sopra il massiccio portone di ferro, una pietra severa riporta a caratteri consunti lettere prive di senso.
“ Mistero di zia tizia. Peteziario di tato. " Legge Gudrun, decifrando le lettere a fatica. Poi scandisce la domanda che affanna il cuore di tutti.
"Dobbiamo entrare per forza là dentro ?
"Non siate fifoni. “ Dice Lalla, ironica. “ Vedrete! Sarà molto interessante. “
Quanto a questo, io non ne dubito.
“ Non ci vuole il permesso? “ Balbetta ancora Gudrun, alla disperata ricerca di un pretesto qualsiasi per non varcare quella soglia.
" Eccolo il nostro permesso. "
In effetti, sta sopraggiungendo un uomo, ansimante, più di un cavallo da tiro al traino di un barcone su per il Volga.
" L'Assessore alla Cultura, Peana Scotto del Trombone." Lo presenta Lalla, con una solennità che suona, ironicamente, eccessiva riferita all'ometto che ci sta davanti. Il quale ha una testa talmente indeterminata, da potersi rappresentare soltanto quale testa - minchiuta -. Costui ha tra le mani una grossa chiave, con la quale apre, non senza fatica, la porta più piccola, incastrata nel portone.
Passano per quella i turisti svevi, uno alla volta, frettolosamente sospinti da me e da Lalla con una certa rudezza, che ingenera anche qualche protesta.
" Presto, rinchiuda! " Ordina Lalla all'Assessore, il quale però si attarda, vorrebbe alcune rassicurazioni riguardo ad una sua particolare faccenda.
" Abbiamo promesso, così faremo. Noi, a differenza vostra, abbiamo una sola parola. " Lo liquida lei, spazientita.
Non appena all'interno, però, sarà l'aria di casa o non so cos'altro, il suo umore muta.
“ Mio stimatissimo e fidato collaboratore, “ trilla, senz’ombra d’ironia, con una voce che vibra, quando gli garba, gocce d’argento, “ guida tu il gruppo. Io chiudo la fila per evitare che qualcuno si sperda.”
“ D'accordo, pagnottella del mio cuore, mia unica, pepata, pizzetta. “ Come sempre in questi casi mi sciolgo in estasi zuccherina.
Approfitto di quest'attimo, di apparente dolcezza, anche per tentare una mossa audace: accarezzarle le spalle. Ma lei è già scappata in fondo al gruppo e lo spinge, come una pastora degli altipiani del Tibet spinge a valle il suo gregge disordinato.
Attraversiamo un cortile spelacchiato, al centro di edifici in rovina, nel quale si acquattano nugoli di gatti, che sonnecchiano indifferenti. Si riscuotono soltanto all'avvicinarsi, si capisce, della loro regina ed allora corrono, i ruffianoni, a strusciarsi alle sue gambe.
Lei li saluta, affettuosamente, chiamandoli, uno ad uno, per nome: " Castorino, Pimentel, Percussione, Oracolo, Carolina, Ferdinando."
Le bestiacce le rispondono con miagolii soddisfatti. Soltanto uno, impettito e fiero, le trotterella al fianco, senza mai avvicinarsi.
" Murat? Non mi saluti? "
Quello per tutta risposta si avventa su Carolina e Ferdinando, l'intenzione evidente è farli nuovi. S'azzuffano, soprattutto con Carolina, che ingobbita e arruffata, la coda ritta a pennone di maestra, non indietreggia d'un passo e soffia, che pare una golena in pieno vento, in assetto di guerra. Ferdinando, al contrario, s'è già defilato.
Il gruppo, rinfrancato da questo spettacolo gattesco, ritorna vivace ed allegro.
Al limite del prato ecco una sequenza di capannoni dismessi e diroccati. E' un paesaggio di modeste rovine, senza pretese di testimoniare chissà quale orgogliosa memoria.
Entriamo nel primo di questi e Lalla questa volta lascia a me la spiegazione. Anche perché non c'è molto da dire o da ricamare.
" Questo era il reparto Tessitura". Indico i giganteschi telai, sepolti sotto spessi strati di polvere, ormai bestie tristi, rugginose e dormienti.
" I carcerati ci lavoravano il cotone e il lino. Il corredo di generazioni di spose procidane è uscito da qui."
Passiamo oltre. E' un capannone completamente vuoto.
" Questa era la calzoleria."
Nel mezzo, come fosse un reperto da museo d'arte moderna, soltanto una cassetta con la scritta nera, in bella evidenza: - Calzolaio -.
Nel successivo, al contrario, ci sono ancora i tavoli da lavoro, con gli strumenti più disparati: - martelli, seghe, pialle, squadre da misura, metri a bacchetta, - sparsi attorno.
Il gruppo Ikea si ferma a guardare incantato.
" La falegnameria. " Preciso quel che evidentemente hanno già intuito.
" Cos'è quello? " Chiede Gunnar, indicando una vecchia sega a corda.
Come spiegare a questo postmoderno, cocainomane delle macchine, la natura di un taglio fatto manualmente, lavorando in due, l'uno di fronte all'altro, spingendo in sincronia quell'attrezzo, all'apparenza, così semplice.
" Bisogna conoscersi bene. Accompagnare la spinta dell'altro, ma senza abbandonarvisi, il movimento dei due deve trovare il suo corretto, equilibrato ritmo. Il legno deve cedere ed aprirsi, alla lama dentata, senza che alcuna delle sue fibre resistendo si rivolti."
Passiamo da un capannone all'altro, quasi tutti ormai con i soffitti sventrati e il cielo, quel cielo prima negato e perciò dolorosamente ambito, che ora vi penetra prepotente.
L'ultimo, la lavanderia, è gonfio di grandi vasche, ormai vuote.
Da una di esse proviene uno strano rumore. Pare un grugnito, basso, intervallato e profondo. Quando ci affacciamo scorgiamo sul fondo della vasca un grasso animale, forse un cinghiale. Ci osserva con occhi mitissimi che implorano aiuto, mentre dal suo collo, ispido e chiatto, squilla un cravattino rosso farfalla, forse un segno di riconoscimento.
Difficile capire come sia finito là dentro.
Gunnar e Caramba si calano nel vascone, agili e svelti, senza pensarci su un attimo.
" Un momento, siete tutti d'accordo a liberarlo?
" Passiglio, certo che siamo d'accordo. " Protesta, vivacemente, Gudrun.
Gli occhi di Lalla sono due piccole, inquisitorie, fessure mentre controllano l'atteggiamento di tutti i presenti.
Quando lo sollevano il cinghialone lancia grugniti di grande soddisfazione. Ma non appena a terra, quella brutta bestiaccia, mi punta e poi mi carica, con le più malevoli intenzioni.
A stento riesco ad evitarlo, non senza rischiare di cadere, a mia volta, in una delle vasche.
Prima che possa infliggergli la giusta punizione, sculettona papale e sereno, lemme lemme, fino a ad una breccia del grande muraglione, che protegge, dal lato del mare, il penitenziario e poi scompare nel fitto della declinante boscaglia di rovi e di sterpi.
Per recuperare un contegno dignitoso, dopo l'umiliazione subita, rientro nel mio ruolo di guida. Mi brucia la certezza, non ho bisogno di guardarla, che Lalla se la gode.
" Questa terra veniva dai carcerati coltivata. Poi ogni giorno della settimana, nello spiazzo qui fuori, c'era il mercato."
Lo rivedo il mercato e rivedo gli orti e i carcerati lavorare la terra qui sotto, sopra la grande spianata. Rivedo anche i miei compagni aggirarsi dispettosi tra le bancarelle, allumando, vogliosi, le sottane delle femmine. Una improvvisa botta di nostalgia, per il nostro precedente lavoro, mi assale insieme ad un fastidioso prurito sotto le ascelle e dietro la schiena.
Ora li conduco attraverso una scala esterna, anch'essa dissestata e invasa da erbacce, nella galleria d'ingresso dell'antico castello, fin sulla soglia di una sala immensa e vuota.
“ Il salone delle feste. “ dice Lalla, riprendendo di prepotenza il suo ruolo di guida mastra, “ Qui, i Borboni organizzavano i balli ufficiali. “
Gli occhi le brillano, fosforescenti, mentre batte le mani tre volte, - come gli piace eseguire questo numero -.
D’incanto esplode una musica vorticosa che trascina, nella grande, luminosa, sala, splendide dame e i loro cavalieri azzimati.
“ Comparse. “ dico io, soddisfatto e orgoglioso. “ Ci siamo ispirati al famoso ballo del “Gattopardo” di Visconti.
Una dama abbandona il suo cavaliere e scivola verso di noi, il viso seminascosto dal ventaglio, la veste blu, che spazza leggera il pavimento, gonfia, come un tenda da circo.
D'un tratto la musica cessa e tutti gli sguardi si volgono verso di lei, mentre nella sala si diffonde un brusio di disapprovazione. La dama strizza l’occhio a Caramba:
“ Spero signore, non mi faccia grave torto, rifiutandomi il prossimo ballo! " Più che un invito pare un ordine.
Caramba, confuso, guarda Lalla, il cui sorriso brilla sarcastico:
“ Non puoi rifiutare. E’ la regina. “
Caramba s’inchina cerimonioso, levandosi il sombrero, che consegna a Lisabet:
“ Senora, estoy muy, muy honrado. “
La musica riprende e con essa il gran ballo.
La Regina e lo strambo vichingo, legati l’uno all’altra, Caramba con il piglio del nobile ardimentoso, scivolano all’indietro fino al centro della sala. Le scarpette della regina sprizzano scintille di fuoco, pungolando i piedi di Caramba che saltella, vivace, più di un passerotto fuggito dal nido, mentre Lisabet lo fulmina con occhiate di gelosia.
Il turbinare di quella coppia calamita il turbinare vertiginoso di tutte le coppie, che orbitano attorno a loro, come pianeti attratti dal sole.
Una guardia attraversa il salone di corsa e si arresta, sull'attenti, davanti ad un signore azzimato, i cui lineamenti, grossolani, spiccano per la loro bruttezza.
“ Quello è il re. “ Dice Lalla.
La guardia, inchinandosi, sussurra qualcosa al suo re, il quale prende subito a sbracciarsi, come un bambino eccitato.
La musica cessa e il re, indicando un’ampia vetrata dal lato del mare, grida:
“ Signori, venite a vedere! Fuciliamo i siciliani che l’altro giorno hanno fatto tutta quell'ammuina. ”
Ma per Lalla è sufficiente. L'escursione, come dice spesso, non deve mai calare in ritmo e tensione. Schiocca le dita e tutti quanti spariscono: il re e la regina, le dame e i cavalieri. Sparisce anche Caramba e Lisabet abbandona in lacrime la sala per la perdita dell'amore suo.
Ora scendiamo, per una scala grigia e larga, nelle antiche segrete del castello.
Lalla si è messa davanti con il piglio del condottiero in marcia. Non ha timori, la signorasotutto, in questa discesa, anzi più si scende e più pare allegra, trilla, senza motivo, continuamente.
Dopo due rampe troviamo un cancello serrato, che un uomo in livrea, non appena ci sente arrivare, corre ad aprire. Lalla lo redarguisce, brutalmente, perché non si trovava al suo posto.
Eccoci nel buio, orrido, corridoio, che si apre su grotte, in passato, adibite a celle di punizione.
Le porte delle celle sono sbarrate, ma dallo spioncino si possono osservare gli interni. Le pareti ricoperte di spugna rosata e il soffitto in roccia levigata fanno pensare agli interni di gigantesche conchiglie. Non tutte sono vuote.
Alcune, ospitano uomini e donne, da l’età indefinita, completamente nudi e sdraiati su spartani lettini. Debordano i loro corpi nelle mani di ragazze robuste, forse immigrate polacche, o ucraine, che massaggiano e strapazzano, energicamente, quella ciccia sfatta e cascante; La manipolano e impastano nel borotalco, voltandola e rivoltandola, poi la lanciano per aria, riafferrandola al volo, come abili pizzaiole prima dell'infornata.
Quando ci si sporge a osservare, i massaggiati sorridono debolmente e salutano, agitando manine fiacche e ossute.
“ I carcerati che davano problemi venivano rinchiusi, in isolamento, in queste celle. Ora è tutto diverso.” Racconta Lalla, divertita.
“ Ma ora cos’è? “ chiede Gudrun, “ Mi pare un albergo.”
“ Si qualcosa del genere. Però più costoso.”
Nell'ultima cella un uomo, in divisa militare, martella, febbrilmente, la tastiera del computer. Quando sospende, pensieroso, la battitura, Lalla, lo redarguisce, freddamente:
“ Generale, faccia attenzione! Sa che non accettiamo nessuna lacuna, tanto meno comode amnesie.”
“ La mia memoria, non è più quella di una volta, " piagnucola l'uomo, mellifluamente umile, " per quanto mi sforzi, non ricordo il numero esatto. “
“ Diecimilacinquecentotrentuno! “
Una ragazza nera s'è staccata dall'ombra, come uscisse da una sporgenza del muro.
" Questo il numero dei miei compatrioti, da lei, generale Graziani, fatti sterminare in un solo giorno."
Non c'è astio nella sua voce e la sua figura alta e bellissima è avvolta da una lunga veste rossa, che la rende ancora più slanciata e attraente.
“ La ringrazio, Shamira. Senza di lei sarei perso. “
" Non vuole diventare un tamburo africano? " chiede Shamira, dolcemente.
" Siii ! " Sibila, emozionatissimo, il generale.
“ Allora si sdrai sul lettino! Le applicherò un bel massaggio somalo.”
Il generale la guarda ammirato, poi si alza barcollante e si lascia spogliare, come un bambino timoroso.
Shamira solleva, senza sforzo apparente, quel corpo incartapecorito e lo depone sul lettino. Poi, afferrate due mazze da muratore, inizia a martellare, ritmicamente, la schiena del generale.
“ Le piace? “ chiede la ragazza.
“ Fa un po’ male. “ Risponde il generale, lacrimando.
“ Questione di abitudine e di materia prima. Sente come rimbomba? La sua pelle ha la giusta robustezza, va solo lavorata un poco, per renderla elastica. Ne sono sicura, una volta scuoiato e alleggerito del superfluo lei diverrà un magnifico tamburo da guerra."
Lacrime di commozione sgorgano copiose dalle ciglia commosse del generale.
“ Un tamburo...è sempre stato il mio sogno...scandire, eccitare la marcia dei soldati. ”
" Tum...tum...tum...."
Accompagna i colpi la sua voce chioccia e strozzata,mentre noi, spinti ed eccitati dal ritmo profondo di quell'anomalo tamburo, ritorniamo, marciando, al cancello d'ingresso.
L’addetto questa volta si fa trovare pronto. Quando passiamo saluta, esageratamente ossequioso, soltanto Lalla. Allora controllo la chiusura del lucchetto.
Lo sapevo, non l’ha fatta scattare, troppa fatica.
“ Domani, sali !”
“ Ho già fatto tre giorni. “
“ Pochi, per un lavativo. “
“ Ma..-
“ Insisti e il sotto te lo puoi scordare.”
Così impara il rispetto per gli anziani. Può dirsi fortunato se non lo denuncio al capitolato disciplinare.
Raggiungo il gruppo al piano di sotto, che a differenza dell’altro è fatto di grandi stanze con letti a castello e docce in comune. Qui più che un albergo pare un ostello.
Le porte delle camerate sono aperte e da una di esse provengono sguaiate risate. Passando ci affacciamo a guardare.
Uomini grassi, immensi donnoni, seduti sui letti, fumano e sbevazzano, la stanza puzza di fumo e scoppia di pacchi e pacconi. E’ un gruppo di russi, nuovi arricchiti, i quali comprano di tutto, gli oggetti più inutili e disparati, per esibirli, come trofei, nelle loro case.
Una ragazza minuta e gentile, la loro guida, che in mezzo al trambusto, sdraiata, sull’unico letto non a castello, sta cercando di leggere, non appena vede Lalla ci raggiunge nel corridoio.
“ Quanto tempo dobbiamo aspettare, ancora? “
“ Non molto. Ma prima tocca ai giapponesi. ”
“ Non li tengo più ! “
“Ciao Antonella come ti va ?” gli chiedo.
E’ pallida e sciupata. E’ un’amica e la capisco, so la fatica che si fa a gestire un gruppo come quello.
“Non ce la faccio più. Ho la testa contesa, più di una palla da rugby. Non vedo l'ora di essere a casa, a leggere in santa pace.”
“ Che stai leggendo? “
“ Il Maestro e Margherita. “
Nella camera successiva un gruppo di giapponesi riposa tranquillo. Uno di loro fotografa stampe, appese alle pareti, di dipinti settecenteschi che rappresentano un unico evento: l'eruzione del Vesuvio.
Infine ecco una grande camera spaziosa e accogliente, arredata Ikea.
“ Accomodatevi qui, vi chiameremo quando sarà il vostro turno ”.
Da un letto a castello plana un ectoplasma, che poi si ricompone nelle fattezze di Caramba. Lisabet sviene, mentre il gruppo commosso canta un famoso inno svedese, la cui traduzione approssimativa recita più o meno così: - Vieni qui bel fagiolino che ti contento la sera e anche il mattino. - Poi crollano spossati sui letti.
“ Quanto tempo dobbiamo restare?” chiede Gudrun dalla sommità del letto a castello sulla quale s'è issata, con il suo Gunnar.
“ Un po’. “
La risposta di Lalla è generica, ma d’altronde è difficile essere precisi quando si tratta di definire i turni per scendere. Non sempre si rispetta l’ordine d’arrivo, è una faccenda anche cabalistica, dove c’entrano i dadi e i bussolotti, giocati, non da noi, ma da qualche alta gerarchia dei piani inferiori.
Intanto scendiamo io, Lalla e il giapponese, dalla macchina fotografica infaticabile, a capo del suo gruppo.
La scala a chiocciola, molto stretta, a stento si passa uno alla volta, immette in un piccolo spoglio locale dove un signore, dall’aspetto robusto, è seduto davanti ad un enorme registro. Alle sue spalle s’intravede una botola chiusa.
“ Bentornati. “ Ci saluta gentile. Ha un'espressione vagamente cinghialesca e si gratta soddisfatto la grassa pappagorgia, sulla quale squilla un cravattino rosso farfalla.
“Può dare i nomi dei suoi compagni al registro degli ingressi.” Dice Lalla al giapponese.
“ Ma dove si va ? chiede il giapponese continuando a scattare foto.
Io Lalla e Astarotte, così si chiama il responsabile della registrazione, ci mettiamo in posa mentre lui ci fotografa. Lalla è nel mezzo, io e Astarotte ai lati, ma finalmente riesco a sfiorarle i capelli e ne ricevo una intensa scossa benefica.
“ Si va di sotto. “ risponde Lalla, simulando la massima indifferenza.
“ Fa vedere! “
Astarotte apre la bottola e il giapponese si sporge a guardare. Ma s'intravvede soltanto una scala a pioli, di ferro, che scende e si perde nel buio profondo.
“ Ma che c’è da vedere? “
“ Cose molto interessanti. Difficile descriverle. “
Certo, come si fa a descrivere quel che c'è là sotto.
Lalla sembra trovare la chiave per convincere il diffidente giapponese:
“ Si sente il Vesuvio. E’ tutto collegato. “
“ Noi non scendiamo di sotto! “ Replica tranquillo il giapponese.
“ Siamo buddisti ! ”
Lalla è delusa. Non possiamo obbligarli, la discesa può essere solo volontaria.
“ Va bè! Aspettaci con i tuoi compagni in camerata. “
Il giapponese risale. E ora? La botola, rimasta aperta, esercita su di me un’attrazione fatale, ho grande nostalgia di casa e infilo il piede nel vuoto, cercando il primo piolo. Ma Lalla ed Astarotte sono lesti ad afferrarmi, poi Astarotte chiude la botola.
Non possiamo non inviare, là sotto, nessun gruppo. Ne risentirebbero gli indici statistici dei flussi, quest’anno già crollati per via della crisi, vanificando l'idea geniale di trasformare Procida in attrattore turistico.
Discutiamo come ovviare all’inconveniente. Possiamo mandare i russi, che rompono tutto il giorno, liberando la povera Antonella. Ma perché non i nobilastri? In attesa da un sacco di tempo.
Sono furbi quelli. E ormai sono anime piatte, capaci il nascondersi tra i pertugi e gli intercapedini delle pietre. Per stanarle ci vorrebbero giorni interi.
Il generale? Vale mille gruppi, ma per lui il programma prevede un master individualizzato e Shamira è molto brava e professionale, sa cosa fare.
Gli svedesi? Sono gli ultimi arrivati, non s’è ancora deciso nulla per loro.
Infine optiamo per i russi. Stanno sulle palle a tutti e non hanno superata la prova cinghiale, (volevano cucinarselo). Inoltre si libererebbe la povera Antonella, lei è uno spirito leggero, di serra e fatica molto a condurre queste escursioni all'aperto.
Lalla è molto stanca. Il suo sguardo mi sfiora e per un momento credo stia per chiedermi qualcosa d’importante.
Invece lievita, piano, fino a posarsi sulla testa di Astarotte. Poi incrocia le gambe, nella posizione del loto, chiude gli occhi e s’addormenta.
Io mi tolgo la camicia e srotolo la benda che mi fascia strettamente la schiena. Non ne potevo più. Finalmente libera, la mia gobba schizza, salda e potente, dalle ossa, rovesciandomi e puntellandomi in posizione fetale sulla parete.
Un giorno di questi, quando la vedrò di buon umore, m’arrischierò a rivolgergli la rischiosa, fatale domanda:
“ Lalla perché non ci riposiamo, soltanto un poco, nella posizione del missionario? ”




home